mercoledì, 03 ottobre 2007
14:48

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LA CHIAVE DELL'INCHIESTA DE MAGISTRIS

LA CHIAVE DELL'INCHIESTA DE MAGISTRIS
Settembre 2007

di Andrea Cinquegrani

Cosa c’è di così bollente nelle carte del pm di Catanzaro Luigi De Magistris da mandare in fibrillazione la classe di governo del Paese? In un’inchiesta pubblicata a maggio 2007 da La Voce delle Voci forse la risposta. La ripubblichiamo qui. A seguire, il ritratto del capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, personaggio di primo piano nella richiesta di trasferimento per De Magistris. Il ritratto di Miller è stato pubblicato su La Voce delle Voci di agosto 2007.

 

Zitti e ammutinati

Per anni zitte e mute le procure di mezza Italia e autorità di controllo come Bankitalia e Consob su uno scandalo annunciato e ora al vaglio degli inquirenti a Catanzaro: quello della maxi cartolarizzazione targata Bper-Mutina. Qualche voce, però, aveva già denunciato l’affaire…

Cartolarizzazioni a go go anche in un’altra vicenda che sa tanto di Parmalat. Protagonista dell’affaire da non meno di 10 mila miliardi di vecchie lire il gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna - BPER per gli aficionados - e il suo braccio operativo, una società a responsabilità limitata modenese, Mutina. Il bubbone sta man mano venendo a galla in una maxi inchiesta condotta dalla procura di Catanzaro su una cupola affaristica che ha fatto il bello e cattivo tempo in Basilicata, coinvolgendo, in una sfilza di affari, pezzi da novanta della politica locale, dell’imprenditoria, faccendieri, banchieri ma anche magistrati (per questo l’inchiesta è approdata alla procura calabrese). «Si tratta di un’inchiesta - commentano a palazzo di giustizia - che sta facendo luce su grossi business foraggiati con danaro pubblico, fondi regionali, nazionali ed europei. Come è successo per l’inizio di Tangentopoli con la mazzetta di Chiesa per il Pio Albergo Trivulzio, anche gli inquirenti di Catanzaro sono partiti da una vicenda, per poi arrivare a una grossa rete di affari. Ora, a quanto pare, sarebbero arrivati a quello più grosso. Che si chiama Mutina». Da svariati miliardi di euro, appunto. Un affare che la Voce ha denunciato e descritto nei suoi dettagli un anno e mezzo fa, per la precisione ad ottobre 2005. Ma ecco di cosa si tratta.

Sul finire degli anni ’90 una serie di Popolari, soprattutto del centro sud, si trovano in una pesante situazione finanziaria. Emblematico il caso della Popolare dell’Irpinia, balzata agli onori delle cronache col dopo terremoto del 1980, come “lo sportello di casa De Mita”, visto che un grosso pacchetto azionario era detenuto proprio da Ciriaco De Mita (oggi segretario regionale della Margherita e pezzo da novanta nel nascente Partito Democratico) e dai suoi familiari. Fa grossi affari, la Popolare guidata dal demitiano di ferro Ernesto Valentino, proprio con la ricostruzione post sisma; così come, sul versate lucano, sono tempi di vacche grasse per la Popolare di Pescopagano, cresciuta e pasciuta sotto l’ala protettiva dell’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino (oggi membro della commissione Antimafia), poi passata sotto l’ombrello della Banca di Roma (ora Capitalia) dell’andreottiano Cesare Geronzi. Finita la pacchia, dunque, anche per la Popolare avellinese arrivano i tempi duri, culminati con un’ispezione al vetriolo di Bankitalia che mette a nudo una serie di magagne contabili e organizzative. A questo punto, spunta una nuova sigla, la Banca della Campania, che fa un sol boccone dell’Irpinia e della consorella di Salerno, anch’essa protagonista dello stesso copione (ispezioni, denunce, gestione allegra e via di questo passo).

Nel 2003 il colpaccio. Cosa succede? Il gruppo BPER-Carime fa un sol boccone di 9 banche popolari: oltre a quelle dell’Irpinia e di Salerno (già racchiuse nell’unico scrigno di Banca Campana), quelle di Matera (da qui parte un filone-base dell’inchiesta di Catanzaro), di Crotone, di Lanciano e Sulmona, di Aprilia, nonché la Banca del Monte di Foggia, la Banca di Sassari, la Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila. «E’ la prova del 9 per il decollo della BPER sul grande mercato bancario nazionale», commentano alcuni in Borsa.

BOND & FONTANE

Ma vediamo meglio cosa in realtà è successo. Ecco come descriveva l’operazione la Voce nel suo reportage di ottobre 2005. «Cosa fanno allora i vertici Bper-Carime? Pensano bene di cartolarizzare tutti i crediti, o presunti tali, delle nove banche incorporate. Come dire, Totò e la fontana di Trevi: io metto nel mio attivo una montagna creditizia di cui non so un accidenti e subito butto sul mercato una valanga di obbligazioni. Proprio nel perfetto stile Cirio e Parmalat. E i bond, a quanto pare, nell’arco dell’ultimo biennio sono stati adeguatamente collocati presso la solita ignara, “sprovveduta” clientela di risparmiatori. Per un totale di circa 800 milioni di euro, viene precisato dalla sola Banca della Campania. Aggiungendo le altre sette banche, si arriva a sfiorare i 10 mila miliardi delle vecchie lire. Non male». I meccanismi dell’operazione di “cessione dei crediti”, tramite la Mutina, si svolgono lungo l’asse Modena-Londra, in perfetto stile James Bond (visto che del resto si parla di titoli, di bond). 27 giugno 2002, Princes House, Gresham street, Londra: presso l’elegante studio del notaio Sophie Jane Jenkins viene siglato il primo contratto di cessione dei crediti tra Popolare dell’Irpinia, rappresentata da Antonio De Stefano, e Emilio Annovi, in quota Mutina. Il tutto fa seguito ad una delibera del cda dell’istituto avellinese, dove si dava l’ok alla cessione. Sorpresa! Fra tutte le carte accuratamente sottoscritte davanti al notaio londinese, manca l’allegato fondamentale, quello relativo al maxi elenco dei crediti ceduti: al suo posto, due misere paginette sbarrate e con una inequivocabile scritta, “omissis”. «In realtà - spiegano i tecnici - secondo la legislazione britannica i notai sono tenuti ad autenticare le firme, a sapere che è realmente tizio che vende a Caio. Se poi si tratta della fontana di Trevi, al notaio poco interessa». Miracolo dopo soli tre mesi. Quell’allegato fantasma compare per incanto presso lo studio del notaio di Cavezzo, a un tiro di schioppo da Modena, Fabrizio Figurelli, al quale lo stesso Annoni aveva chiesto tutti gli atti autenticati da Jenkins. «Un falso, un falso in piena regola, quel documento», tuona l’ingegnere avellinese Giuseppe Testa, uno dei presunti “debitori” della Popolare dell’Irpinia, una vita e una storia - ad 80 anni passati - per denunciare il malaffare del sistema bancario. In parole povere, BPER ha ceduto a Mutina una montagna di crediti in buona parte (si parla di almeno il 30-40 per cento) inesigibili, poi però magicamente tramutati in moneta sonante via cartolarizzazione, alla faccia degli ignari risparmiatori. Anni fa Testa denunciò la banca irpina per “tassi di usura”. In seguito è stato un crescendo rossiniano, culminato in una raffica di denunce presentate da inizio 2005 in ben quattro procure: Avellino, Napoli, Roma e Modena. «Mai una risposta, niente - denuncia Testa - sempre, costantemente un muro di gomma».

E’ il 21 aprile 2005 quando l’ingegnere denuncia alla procura di Modena, in sette esplosive pagine di eposto, che «alcun controllo la Mutina ebbe ad eseguire sui crediti dichiarati dalla Popolare dell’Irpinia e riportati nel libro crediti posto a base della cessione; la Mutina accettò all’oscuro la cessione di crediti pro soluto. Mutina, che aveva l’obbligo di vigilanza, ha accettato la cessione e cartolarizzato questi crediti assumendosi finale responsabilità di quanto sta accadendo». Il 23 agosto denuncia alla procura di Avellino «l’atto papocchio londinese» perché proprio su quella scorta «si stanno commettendo in Italia meridionale una serie di gravi abusi, truffe, estorsioni e altri gravi reati sanzionabili penalmente». Ma qualcun altro, ancora prima, aveva lanciato l’sos. Un piccolo risparmiatore salernitano, Giovanni Pecoraro, oggi presidente del Sinpa, un sindacato nato a tutela dei piccoli risparmiatori taglieggiati dalle banche. Il primo campanello d’allarme è addirittura del 1997, quando si rivolge a Bankitalia e Consob per vigilare sulle «opa lanciate dalla Popolare dell’Emilia Romagna sulle popolari dell’Irpinia e di Salerno». L’anno dopo denuncia quest’ultimo istituto chiedendo «la restituzione di tutte le somme indebitamente percepite e inoltra il suo articolato esposto alla procura salernitana». Il solito assordante silenzio. Passa poi, nel 2000, al Csm, chiedendo «come mai la procura di Salerno, malgrado nostri solleciti, non ci porti a conoscenze delle indagini sulle questioni prospettate». Anche Pecoraro approda alla Procura di Modena, dove ad ottobre 2002 presenta un altro esposto, denso di cifre e circostanze inquietanti, sollevando pesantissimi dubbi sull’operazione di marca BPER per il controllo delle popolari del Sud. L’anno seguente, l’ennesimo esposto, contro «quei magistrati che hanno insabbiato tutto». Un vero e proprio muro di gomma, che va avanti da anni, coinvolge procure di mezza Italia e le autorità di controllo (Bankitalia e Consob in prima fila). Riuscirà adesso la procura di Catanzaro a rompere quel muro?

 

Arcibaldo Show

Da pm alle procure di Santa Maria Capua Vetere e poi Napoli, alla poltronissima di super 007 del ministero di Grazie e Giustizia, voluto da Castelli e riconfermato da Mastella, ovvero trasversale al punto giusto. Nel suo pedigree, inchieste bollenti come quella sulla ricostruzione post terremoto finita nella classica bolla di sapone. Ma vediamo come andò veramente.

Chi è davvero il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, nominato dal leghista Roberto Castelli e riconfermato dal guardasigilli Clemente Mastella? Una carriera, la sua, che si sviluppa soprattutto all’ombra del Vesuvio, visto che per i bollenti anni ’90 è uno dei pm di punta della procura partenopea. A lui l’ex procuratore capo Agostino Cordova affida la leadership - «in quanto giudice anziano», precisa l’ex mastino di Palmi - dello strategico pool anticorruzione, composto da altre tre toghe (Antonio D’Amato, Alfonso D’Avino e Nunzio Fragliasso) e incaricato delle inchieste più scottanti, dal post terremoto alla massoneria a sanitopoli. Quando nel ’98 scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei (fiancheggiati da Magistratura democratica) in realtà i bersagli sono due: Cordova e Miller, cui vengono dedicate una ventina di pagine al vetriolo del dossier redatto dalla Camera penale di Napoli. Nel mirino due procedimenti disciplinari a carico della toga di origini scozzesi. Fra i rilievi mossi ci sono «le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che è risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania»; frequentazioni - è precisato - insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e «ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987». «Entrambi i procedimenti subiti dal dottor Miller - viene aggiunto nel documento - si sono conclusi con l’archiviazione, ma residuano, nelle due vicende, fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l’estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali». Nel dossier, fra l’altro, viene ricordato che «il procedimento per il reato previsto dall’articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel ’94 l’arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino». Un procedimento, ovviamente, archiviato. Non rilevante sotto il profilo penale, la motivazione di rito. Ma sotto quello morale e deontologico? Boh.

DOSSIER AL VETRIOLO

Scrivevano ancora i penalisti nell’infuocato dossier: «Non può che lasciare stupefatti chi si sia venuti a una situazione in cui un magistrato della procura di Napoli, che ha fatto parte delle commissioni di collaudo per la ricostruzione post terremoto, si occupa della maxi indagine su tale ricostruzione. Ancor più preoccupante è apprendere che alla ricostruzione in Campania hanno certamente partecipato le imprese della famiglia Sorrentino - come risulta pacifico dagli atti provenienti dalla stessa procura di Napoli - che all’epoca aveva stretti rapporti con uno dei magistrati che oggi conduce l’indagine». Fanno comunque presente, gli estensori del j’accuse, che «il dottor Miller ebbe comunque a chiedere al dottor Cordova di potersi astenere dal proseguire le indagini riguardanti alcuni procedimenti ed in particolare “la Sanità», la «Ricostruzione post terremoto» e «il Centro direzionale». E’ proprio il maxi processo post sisma il clou della carriera professionale di Miller. Che con i tre colleghi raccoglie, in numerosi anni d’indagine, una montagna di carte, attraverso le quali si dimostra in maniera inequivocabile come la classe politica locale riesce a drenare uno smisurato fiume di miliardi a proprio uso e consumo, creando un perfetto sistema a base di “imprese di partito”, scatole spesso e volentieri vuote ma opportunamente riempite di appalti pubblici milionari. E’ l’applicazione, in salsa partenopea, dell’azzeccato teorema-Di Pietro sulle “acchiappa-appalti”, sigle e società al servizio dei potenti di turno che hanno tutto il tempo - e i fondi - per tuffarsi sul proscenio nazionale, con un Paolo Cirino Pomicino prima alla Funzione pubblica e poi al Bilancio, un Francesco De Lorenzo alla Sanità, il tandem Antonio Gava-Enzo Scotti agli Interni, Carmelo Conte alle Aree Urbane e “compagnia bella” continuando (secondo il colorito intercalare del patron di Icla, la regina degli appalti, Massimo Buonanno, davanti ai membri della commissione Scalfaro per indagare sugli sperperi post terremoto).

PROCESSO IN FLOP

Peccato che le mirate piste investigative sbaglino clamorosamente - strada facendo - gli obiettivi. Cadono come foglie al vento le accuse di concussione-corruzione, comunque tipiche di Tangentopoli. Ha facile gioco ‘o ministro Pomicino nel descrivere i più che amichevoli rapporti coi costruttori-amici napoletani. Poteva mai minacciarli se poi - come rivela con dovizia di dettagli - andava quotidianamente a pranzo con loro o era il “padrino” per il battesimo di loro figlio? «E’ proprio dai racconti di Pomicino - osserva un magistrato - che balza in tutta evidenza un altro tipo di rapporto con i mattonari: erano tutti impegnati in un solo scopo, fare affari, raccogliere fiumi di soldi per le proprie tasche e le correnti di riferimento. Insomma, un’associazione». A delinquere, come recita il classico articolo 416. Con l’aggiunta di un piccolo particolare, il bis. Sì, perché al banchetto arcimiliardario del dopo terremoto (64 mila miliardi di vecchie, vecchissime lire anni ’80) ha preso parte un terzo convitato di pietra (ma soprattutto di pietrisco, cave, cemento, calcestruzzo e subappalti a raffica, un 25 per cento abbondante di tutto la torta), la camorra, che con l’occasione ha trovato il propellente necessario per spiccare il grande salto e diventare vera e propria holding. Eppure il maxi pool capitanato da Miller non se ne accorge. Neanche una pagina, una sola, fra gli sterminato falconi dell’inchiesta, fa riferimento a un nome, un’impresa di camorra. Miracoli di San Gennaro, che hanno soprattutto il pregio di ridurre drasticamente i termini per la prescrizione, da 15 - in caso di 416 bis - a 7 e mezzo per la rituale concussione-corruzione (che nemmeno c’è). «Al dibattimento è arrivato un cadavere», fu il commento di un cancelliere quando partì il processo di primo grado, destinato a morire inesorabilmente di “prescrizione”. E a vedere tutti gli imputati felici, contenti e premiati: Paolo Cirino Pomicino e mister centomila Alfredo Vito con la poltrona di membri della commissione Antimafia… .

E pensare che Pomicino, nel ’90, fu beccato con le mani nel sacco: un’inchiesta della Voce - titolo “Una bugia grossa come una casa” - documentò per filo e per segno il passaggio di proprietà di un lussuoso immobile nella zona chic di Napoli, a Posillipo, da una società dei Sorrentino ad una dei Pomicino. «Mia moglie ha trovato l’annuncio sul Mattino», ribattè ‘o ministro, il quale però conosceva - e da anni - i fratelli Sorrentino, con uno dei quali (poi ucciso in un regolamento dei conti) intratteneva “amichevoli” rapporti, addirittura su carta ministeriale. Dopo alcune burrasche giudiziarie, i Sorrentino hanno trasferito il loro quartier generale a Lucca e generato una galassia societaria: fra i primattori Augusto Dresda, manager di spicco dell’Icla. Arieccoci… Alle ultime amministrative partenopee, il nome di Miller è rimbalzato più volte come possibile candidato alla poltrona di sindaco in quota Casa delle Libertà, da contrapporre a Rosa Russo Iervolino. «Un uomo d’ordine per ripulire la città», era il leit motiv che correva fra le truppe del cavaliere. «Già la città è un bordello...», controbattevano altri, ricordando la storia della casa di appuntamenti di via Palizzi nella quale il nome di Miller venne tirato in ballo insieme a quello di altri magistrati: la storia non ha avuto alcun seguito penale, ma di quella casa si è a lungo parlato in occasione dell’omicidio Siani (la pista Rubolino - il cui nome dopo la morte è tornato alla ribalta per alcune piste vaticane indagate dalla procura di Potenza - poi finita nella classica bolla di sapone). La candidatura di Miller alla fine saltò: al suo posto, comunque, un altro uomo d’ordine, l’ex questore di Napoli Franco Malvano. La figlia di Miller, Cristina, ha sposato Pietro Scaramella, fratello di Mario Scaramella, la “spia” in salsa partenopea coinvolta nel caso Livtinenko e braccio destro di Paolo Guzzanti nella Mitrokhin. Sotto il profilo professionale, Cristina segue le orme paterne. A dicembre 2006 ha preso parte al concorso per commissario di polizia con una tesi dal titolo “L’infiltrazione della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti: il caso Campania. Tecniche di investigazioni e strumenti di contrasto”. A quando una tesina su “007 o pataccari: la Scaramella story”?

mercoledì, 03 ottobre 2007
14:43

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NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI

NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI
Ottobre 2007

di Rita Pennarola

Dopo un’estate costellata dagli ennesimi gialli senza soluzione, a cominciare dall’omicidio di Garlasco, portiamo alla luce una tormentata vicenda giudiziaria emblematica di un sistema giustizia in cui, troppo spesso, a definire le sentenze sono discusse e controverse perizie. Ma da questa storia emergono anche ipotesi sconcertanti di “fuoco amico”, in una girandola di stranezze che vedono al centro la Procura di Milano.

Magari scoprire la verità fosse così facile come dimostrare il falso! Lo sapeva bene Marco Tullio Cicerone (autore di questa massima), ma lo imparano ancora oggi, sulla propria pelle, i protagonisti dei casi giudiziari rimasti senza giustizia, o appesi a verità processuali tormentate, lontane anni luce dai fatti e comunque costellate di buchi neri nelle ricostruzioni. Al centro di tutto, loro, i periti nominati dalla magistratura inquirente, nei cui sofisticati laboratori le scene del crimine rivivono mille volte come fiction impazzite, mentre la magistratura affida alla scienza (dagli esami del Dna alle analisi balistiche) l’impossibile mission di offrire certezze assolute.

Una dolorosa vicenda di questi ultimi mesi riporta in primo piano le figure di due big delle perizie balistiche, Pietro Benedetti e Paolo Romanini. Entrambi erano balzati alla ribalta mediatica per la funambolica ricostruzione dello scontro fra sasso e proiettile che, di fatto, provocò l’archiviazione delle indagini sull’assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, a luglio 2001. Benedetti è stato inoltre superconsulente balistico del pm nel mistero - mai risolto - sull’identità degli assassini (e soprattutto dei mandanti) nel caso Ilaria Alpi.

A tirare nuovamente in ballo Romanini e Benedetti è un detenuto condannato all’ergastolo con sentenza definitiva, che proprio alle perizie firmate dai due esperti di grido aveva vanamente affidato le residue speranze di revisione del processo per ristabilire quella che, a suo dire, è ed è sempre stata la verità. Si chiama Sebastiano Mazzeo, ha 50 anni ed un peso corporeo assottigliato di giorno in giorno dal lungo e silenzioso sciopero della fame cominciato a giugno per protestare contro quella che definisce una “congiura architettata per coprire i veri responsabili dell’omicidio”, e che oggi lo vede recluso a vita nel carcere di Opera, vicino Milano. Mentre scriviamo il suo peso è arrivato a 45 chili «ma - fa sapere attraverso i suoi legali - le bevande zuccherate che assumo mi garantiscono piena efficienza al cervello e forza per continuare ancora a lottare». Una vita infelice, la sua, con soli cinque anni di libertà su trenta di reclusione per reati contro il patrimonio. Per fame, come dice lui. E una scuola frequentata sempre dietro le sbarre fino alle soglie della maturità superiore.

Quello che oggi Sebastiano denuncia con esposti dettagliati giunti fino al Consiglio superiore della magistratura è uno scenario di presunte guerre interne alla Procura e alla Questura di Milano. Una ricostruzione che evoca storie vecchie di veleni e potrebbe forse, in futuro, richiedere assunzioni di responsabilità da parte di grossi personaggi. Di certo, in questa storia che riporta alla luce frange della militanza armata di sinistra, vip dell’apparato investigativo e, in qualche modo, lo stesso milieu in cui maturarono le inchieste di Mani pulite, tanti tasselli del mosaico accusatorio non trovano ancora oggi la giusta collocazione.

I FATTI DI VIA IMBONATI

Milano, via Imbonati. La mattina del 14 maggio 1999 nel corso della tentata rapina ad un furgone portavalori scoppia un conflitto a fuoco fra rapinatori e forze dell’ordine. Viene gravemente ferito alla testa l’agente di polizia Vincenzo Raiola, originario di Torre Annunziata, in servizio su una delle volanti intervenute sul posto. Ricoverato all’ospedale Niguarda, il giovane viene sottoposto ad una tac per localizzare il proiettile nel cranio e poi ad un delicato intervento chirurgico. Morirà poche ore dopo. Scattano frenetiche indagini coordinate dalla Procura di Milano - retta all’epoca da Francesco Saverio Borrelli - e dai vertici della Questura (ministro dell’Interno era l’attuale sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, premier Massimo D’Alema). Si cercano i membri del commando che ha dato l’assalto al furgone della Sefi ma le ricerche non portano, almeno all’inizio, ad alcun risultato. Il 25 luglio, oltre due mesi dopo, per quell’omicidio vengono arrestati nel corso di un blitz, fra gli altri, Sebastiano Mazzeo e Francesco Gorla, all’epoca 38 anni, un passato nelle falangi armate di Prima Linea ed un presente, secondo le cronache dell’epoca, fatto di sanguinarie rapine. Con Gorla viene tratta in arresto per favoreggiamento la sua compagna Rita Anna Sanvittore, assessore all’ambiente del comune di Cusano Milanino. La pista investigativa, insomma, è orientata sulla “conversione” del gruppo dai reati di stampo terroristico alla criminalità comune.

Ad incastrare Gorla e Mazzeo - spiegano gli inquirenti - è la conversazione fra due pregiudicati, da tempo sottoposti dalla questura milanese ad intercettazioni ambientali e telefoniche. Dopo aver appreso dai mezzi d’informazione della rapina di via Imbonati, i due avanzano fra loro ipotesi sui possibili artefici: tal «Francesco», o «Sebastiano», «Fabio», «Nicola»... . Quello scambio di battute resterà il cardine intorno al quale ruoterà, in tre gradi di giudizio, l’accusa che oggi vede Gorla e Mazzeo condannati al carcere a vita per l’omicidio Raiola.

Ed è da qui in poi che, nel lungo e complesso iter processuale, cominciano le stranezze. Tante. «Non volevo crederci prima di assumere questo caso - dice ad esempio l’avvocato Sauro Poli di Firenze, che ha recentemente assunto la difesa di Gorla - poi me ne sono reso conto. Per fare un solo esempio: quanto sarebbe stato importante avere a disposizione la Volante su cui viaggiavano Raiola e gli altri due poliziotti per le rilevazioni balistiche? Eppure si scoprì che poco tempo dopo i fatti l’auto era stata rottamata e tutte le perizie sono state eseguite quindi solo basandosi su foto».

TUTTO IN UNA TAC

I due pregiudicati Francesco Gorla - che in quel periodo frequenta con Rita Anna locali new age del centro di Milano - e Sebastiano Mazzeo, in quegli anni titolare di una lavanderia insieme alla sua compagna, fin dal momento dell’arresto si proclamano innocenti ed affermano di non aver mai preso parte a quella rapina di via Imbonati. Sebastiano, in particolare, non si dà pace: attraverso il suo avvocato Gianclemente Benenti, nel corso del processo chiede più volte al pubblico ministero Lucilla Tontodonati, titolare dell’accusa, che venga acquisita la tac preoperatoria cui era stato sottoposto Raiola. Perchè nel frattempo di stranezze ne è maturata un’altra, ancor più clamorosa: del proiettile estratto dal cranio dell’agente ferito a morte non si riesce a trovare traccia, benchè nella relazione post operatoria del Niguarda si leggesse che era stato rimosso e consegnato, come di prassi, agli agenti della questura milanese.

Il proiettile salta fuori a dibattimento chiuso nel giudizio di primo grado: viene esibito dal pm Tontodonati il 2 luglio 2002, a tre anni dai fatti: risulterà essere un’ogiva di kalashnikov, l’arma usata dai rapinatori in via Imbonati. Lo stesso giorno la Corte d’Assise presieduta da Luigi Martino emette la sentenza di condanna.

La comparsa sulla scena del proiettile riaccende però le richieste pressanti avanzate dalle difese (per la compagna di Gorla era sceso in campo Giuliano Pisapia) perchè fosse acquisita la Tac preoperatoria di Raiola. La richiesta risulta disattesa anche nel giudizio di secondo grado, che si celebra dinanzi alla terza corte d’Assise appello. Stavolta però ad ottenere copia dell’importante indagine diagnostica è la difesa di Mazzeo. L’avvocato Benenti affida a due esperti di chiara fama - prima l’anatomopatologo Carlo Montaperto dell’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, poi il neuroradiologo Luca Vavassori del Niguarda - il compito di valutare la compatibilità fra il proiettile che la Tac mostra conficcato nel cranio dell’agente di polizia e quello esibito in aula. Senza appello il risultato. Montaperto scrive: «il confronto fra le misure porta alla conclusione che i due oggetti sono dimensionalmente incompatibili (...). Si tratta quindi di due oggetti diversi».

Tutto questo non impedisce alla Corte d’Assise appello di pronunciare la seconda condanna all’ergastolo per Gorla e Mazzeo, che sarà poi confermata in Cassazione (presidente di sezione il giudice Mario Sossi) il 25 maggio del 2004. «Quando abbiamo prodotto dinanzi alla suprema corte i risultati della perizia Montaperto - ricorda l’avvocato Benenti - era ormai impossibile scendere nuovamente nel merito dei fatti e verificare quella che doveva essere l’unica, autentica prova di tutto il processo: il confronto fra il proiettile portato in aula e la Tac dell’agente Raiola». Perchè a risultare sul piano morfologico e dimensionale compatibile al millimetro con la Tac non era quell’ogiva di kalashnikov. Ma un qualsiasi proiettile parabellum in dotazione a pistole e mitragliette M12 delle forze di polizia.

Il povero Vincenzo Raiola - questo il sospetto che avanza Mazzeo nella pioggia di atti giudiziari tesi alla revisione del processo - sarebbe allora stato trafitto per sbaglio da “fuoco amico”, dal colpo sparato in direzione dei banditi da uno dei poliziotti intervenuti sul posto. Così - sempre stando a questa ipotesi, fatta propria anche da Gorla - si spiegherebbero le tante falle nella ricostruzione dei fatti, dalla scomparsa per tre anni del “corpo del reato”, il proiettile, alla precipitosa rottamazione dell’auto, fino alle palesi contraddizioni emerse fra le due consulenze balistiche. La prima era stata affidata dal pm Tontodonati a Pietro Benedetti nel novembre 2004 proprio per comparare la compatibilità fra la tac e il proiettile esibito in aula. Le conclusioni di Benedetti portarono il pm a parlare di «assoluta infondatezza di quanto teorizzato nell’atto di denuncia di Mazzeo Sebastiano». La pietra tombale è però firmata da Paolo Romanini, cui il pubblico ministero dovette affidare una nuova perizia di confronto, dopo che era emersa l’assenza del previsto contraddittorio con i consulenti di parte e con gli avvocati durante la prima perizia. Pur smentendo in parte il metodo adottato dal collega, anche Romanini lascia sostanzialmente spazio ad interpretazioni dubbie circa la misura del proiettile.

E’ stato il gip Paolo Ielo, ex pm di Mani pulite, a disporre sugli esposti di Mazzeo l’ultima archiviazione in ordine di tempo.

QUESTIONE DI METRI

Periti balistici di fama internazionale, tanto Benedetti quanto Romanini sembrano non aver tenuto conto di un particolare tutt’altro che trascurabile. «Un proiettile di kalashnikov - spiega alla Voce l’avvocato Poli - risulta micidiale nel raggio di ben 500 metri. In questo caso, invece, la distanza fra la Volante e l’auto dei rapinatori era assai ridotta. Lo sappiamo con certezza perchè esiste agli atti il rapporto di servizio reso nell’immediatezza dei fatti da Mauro Ceffalia, il poliziotto che, con l’autista Denis Sartor e con Raiola, componeva la pattuglia accorsa sul posto».

Ceffalia dichiara che la distanza fra l’auto della polizia e l’Audi station wagon dei banditi era di circa 10 metri. Aggiunge che nel conflitto a fuoco rimase colpito ad un piede, quindi continuò a sparare in direzione dei malviventi dall’interno dell’auto in posizione leggermente distesa ed utilizzando la mitraglietta M12 in dotazione. Quella, appunto, caricata con proiettili di tipo parabellum. Ceffalia non sarà mai chiamato a testimoniare in aula durante l’intero processo. Nell’unica udienza in cui viene fatto il suo nome, il pm ne ricorda il trasferimento a Roma, aggiungendo che l’agente risulta ancora provato da quella vicenda.

FUOCHI AMICI

Cosa accadde realmente in questura, a Milano, quando fu esaminato il proiettile estratto dal cranio di Raiola? Gorla e Mazzeo attribuiscono la sparizione di quel decisivo reperto alla preoccupazione di scongiurare ad ogni costo il fiume di polemiche e provvedimenti che sarebbero scaturiti dalle rivelazioni sul “fuoco amico”: un colpo di un collega che per sbaglio avrebbe ferito mortalmente il giovane agente della Polstato. In seguito il proiettile originale sarebbe stato sostituito con l’ogiva di kalashnikov esibita tre anni dopo al processo. «Si tratta - osserva subito Gianclemente Benenti - di supposizioni che noi avvocati non possiamo avvalorare nè confermare. Restano però le irregolarità procedurali e le clamorose incongruenze, a cominciare proprio dalle perizie».

E restano i mille, inquietanti interrogativi che, al di là di questa specifica vicenda, investono una certa parte del sistema investigativo e giudiziario nel nostro Paese, appiattito su pentiti & periti, anche in presenza di elementi palesemente in contrasto fra loro. Resta l’ormai incontenibile rabbia che ci coglie ogni volta che sentiamo parlare di “fuoco amico”, quasi sempre con relativi depistaggi: dal barbaro assassinio di Nicola Calipari dopo la liberazione di Giuliana Sgrena (che ha ricostruito l’agghiacciante sequenza in un libro intitolato proprio “Fuoco amico”), alla tragica sorte di alcuni fra i militari italiani caduti a Nassirija come il caporal maggiore Emanuele Ferraro, ucciso - secondo le rivelazioni di Rai news 24 - dal “fuoco amico” di un deposito italiano di munizioni esploso subito dopo l’autobomba.

 

DA VIA IMBONATI A SOFFIANTINI

Ma, soprattutto, esaminando l’iter giudiziario per i fatti di via Imbonati così come viene ricostruito dalle difese, torna alla mente quanto è accaduto per l’omicidio dell’ispettore dei Nocs Samuele Donatoni avvenuto il 17 ottobre 1997 nell’ambito di un conflitto a fuoco con i rapitori dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Ci sono voluti otto anni per accertare che Donatoni, contrariamento a quanto affermato dalla prima perizia, è stato colpito dal fuoco amico. Lo ha stabilito nel 2005 il nuovo collegio di periti (Gerardo Capanesi, Antonio D’Arienzo e Stefano Moriani) nominati dal collegio presieduto da Mario Almerighi nell’ambito del processo a Giovanni Farina, già condannato a 28 anni e sei mesi di carcere per il sequestro, e poi a giudizio per concorso nell’omicidio dell’ispettore. Smentita dunque la precedente versione balistica secondo la quale l’ispettore dei Nocs sarebbe stato ucciso da un colpo di kalashnikov sparato da Mario Moro, uno dei rapitori di Soffiantini. «Nessun commento - si legge su Repubblica del 22 giugno 2005 - da parte dei pubblico ministero Franco Ionta, il quale si è riservato di leggere la perizia e di rivolgere domande ai tre esperti nel corso della prossima udienza».

Nel 2006 la quarta Corte d’Assise d’Appello ha inviato gli atti processuali alla procura della repubblica di Roma perché valuti se aprire un’inchiesta «sui depistaggi, sulle gravi omissioni, sugli inquinamenti probatori e sulle false dichiarazioni testimoniali rese nell’ambito del processo per l’omicidio dell’agente dei Nocs». «L’ufficio requirente - sottolinea il giudice - dovrà certamente occuparsi anche delle gravi violazioni di legge poste in essere da Paola Montagna con la assai verosimile copertura del suo superiore gerarchico Alfonso D’Alfonso (entrambi sono esponenti dei nocs, ndr), che le consentirono di far sparire senza possibilità di alcun controllo processuale reperti importantissimi ai fini della ricostruzione dei fatti». A chi era stata affidata la prima perizia, quella che aveva “inchiodato” i banditi? Il pubblico ministero Ielo aveva ordinato rilievi di natura balistica a Pietro Benedetti (altro nome che torna). Ma c’è di più. Benedetti insieme al collega Carlo Torre aveva testimoniato davanti alla corte di assise di Roma che ad uccidere l’ispettore dei Nocs era stato un proiettile sparato da uno dei componenti della banda. «Nel corso delle indagini i due esperti - scrive l’Ansa - Carlo Torre e Pietro Benedetti, furono incaricati dal pm Franco Ionta di fugare le illazioni fatte da più parti circa la possibilità che Donatoni potesse essere stato colpito dal “fuoco amico’’, cioè da un proiettile sparato accidentalmente da un poliziotto. I due consulenti, esaminato il cadavere ed i reperti, accertarono, e oggi lo hanno ribadito in aula, che ad uccidere l’ispettore dei Nocs a Riofreddo la sera del 17 ottobre 1997 fu un proiettile calibro 7 e 62 sparato da un kalashnikov (arma non in dotazione alle forze dell’ ordine) abbandonato sul luogo della sparatoria dai banditi». Ma guarda un po’.

 

 

BENEDETTI PERITI

 

Pietro Benedetti, perito industriale, l’esperto che ha eseguito la prima perizia sul proiettile prodotto in aula durante il processo per i fatti di via Imbonati, a Milano, è STATO capo del balipedio del Banco nazionale di prova (L’ente nazionale di certificazione delle armi) di Gardone Val Trompia. Una carriera, la sua, costellata di consulenze su casi eccellenti, al punto che nel ricordarla si ripercorrono in ordine cronologico interi pezzi di storia italiana. Pillola Rossa, il gruppo di lavoro che ha minuziosamente ricostruito fatti e protagonisti degli scontri al G8 di Genova culminati nell’assassinio di Carlo Giuliani, propone tappa dopo tappa il curriculum del perito Benedetti. Nel 1981 partecipa all’istruttoria sulla colonna romana delle Brigate Rosse, nell’84 alle indagini sull’omicidio Pecorelli e sulla banda della Magliana. Nell’88 si occupa degli omicidi Tarantelli, Ruffilli e Conti. Arrivano gli anni novanta e troviamo Benedetti fra i consulenti per casi come quelli del “mostro” Pacciani, poi ancora Uno bianca (per i tre carabinieri massacrati al Pilastro), quindi Sismi (colonnello Federico Mannucci Benincasa), ancora Pecorelli-Magliana nel ’96 e, nel 1999, il caso Ilaria Alpi, quando insieme a Carlo Torre riceve l’incarico di accertare il calibro del proiettile che si era conficcato nel collo della giornalista. Fino al 2000, con l’omicidio di Samuele Donatoni durante un’operazione organizzata per liberare Giuseppe Soffiantini (vedi pagina 10) e al 2001, quando il pm di Genova Silvio Franz chiama Pietro Benedetti, lo specialista d’immagini Nello Balossino e Paolo Romanini a stabilire l’esatta dinamica dei fatti costati la vita a Carlo Giuliani.

Classe 1954, nato e residente a Parma (quartier generale del Ris dei Carabinieri, con cui ha più volte collaborato), Paolo Romanini prima di assumere l’incarico dal pubblico ministero genovese Franz si era già espresso sulla rivista di “cultura armiera” che dirige, Tac Armi, sui fatti di piazza Alimonda, scagionando sostanzialmente in poche battute i militari, costretti a difendersi dall’ “assalto” dei manifestanti. Un particolare che venne fuori solo dopo la perizia nella quale Romanini, Benedetti e Balossino sentenziarono che il proiettile sparato verso l’alto dal carabiniere Mario Placanica era stato deviato da un calcinaccio fin dentro la testa di Carlo.

Oggi Romanini, che continua ad effettuare consulenze per numerose Procure nei casi più delicati, si dedica contemporaneamente a due società. La prima è Editrice Leone, sede a Milano nella centralissima piazza San Babila, che pubblica fra l’altro Tac Armi e che lo vede impegnato in veste di consigliere. Il pacchetto della società (50 mila euro) è nelle mani del manager di simpatie Lega Nord Carlo Rinaldini, sia a titolo personale, sia attraverso la sua corazzata Iprei (Italiana Programmi e Investimenti) da oltre 7 milioni di euro in dote, rilevata da Salvatore Ligresti. In tempi recenti Rinaldini è passato alle cronache per le turbolente vicende societarie della Richard Ginori, che aveva rilevato, e soprattutto come commissario straordinario di Volare, la compagnia aerea finita in crac.

Quanto a Romanini, dal 2004 è socio accomandante nella SSB di Fontanellato (Parma), dedita a «sperimentazioni balistiche, valutazioni balistiche interne, esterne e terminali, riprese ultrarapide, misurazioni in generale e comparazioni miscoscopiche, noleggio delle attrezzature utilizzate a terzi». Insieme a lui, nella società, il trentacinquenne Domenico Romanini e la bresciana Zemira Gagliandi, 49 anni, socio accomandatario.

 

 

 

DALLE ALPI A NOMISMA

Dalla Procura di Milano al vertice dell’ufficio indagini di Federcalcio, con uno sguardo alle sorti della corazzata che gestisce sciovie, funivie e ristoranti nell’amata Courmayeur. Ecco passioni ed interessi, oggi, del “pensionato” Francesco Saverio Borrelli.

Le indagini per i fatti di via Imbonati prendono il via in un momento particolarmente delicato per la Procura di Milano: in quel periodo, infatti, lo storico capo del pool di Mani Pulite Francesco Saverio Borrelli è alla vigilia del trasferimento al vertice della Corte d’Appello. Intanto alla Questura, mobilitata per trovare una spiegazione alla morte del suo giovane agente scelto Vincenzo Raiola ferito a morte durante la rapina, comincia a farsi notare per l’attivismo investigativo il vicequestore aggiunto Maria Josè Falcicchia, poco più di trent’anni, origini pugliesi.

Il tandem di inquirenti composto dal leggendario artefice del “resistere, resistere, resistere” e dalla brillante poliziotta si ricostituirà parecchi anni dopo, a maggio 2006, quando Borrelli sarà chiamato da Guido Rossi a guidare il pool investigativo della Federcalcio e sceglierà come suo braccio destro proprio il vicequestore Falcicchia. A settembre dello stesso anno arrivano le dimissioni-lampo di Borrelli e del suo team, poi rientrate per il capo ma non per Falcicchia, tornata in servizio alla Questura del capoluogo lombardo.

Oltre che di indagini all’interno di Federcalcio, il “pensionato” Francesco Saverio Borrelli si occupa - probabilmente - anche delle sorti di una importante società con sede in Valle d’Aosta. L’ex procuratore capo di Milano detiene infatti una quota del pacchetto azionario di Courmayeur Mont Blanc Funivie, spa da 7 milioni e ottocentomila euro nel capitale sociale che gestisce le principali sciovie e funivie dell’importante località turistica, compresi hotel, bar e ristoranti della zona. Amministrata dal quarantasettenne Nicolino Perretta residente ad Annecy, in Francia, la società vede come azionisti di maggioranza l’immobiliare Api Real Estate e la finanziaria Finref. Quest’ultima è in prima fila fra gli azionisti di Nomisma, la creatura economica di Romano Prodi.

Più articolata l’epopea di Api Real Estate, immobiliare da 750 mila euro in dote che rientra nella galassia API, vale a dire uno fra i più potenti gruppi petroliferi privati in Europa. AD della Api Real Estate è il rampollo di famiglia Ugo Maria Brachetti Peretti, nelle vene sangue di antica nobiltà fuso alla mai sopita vocazione per il business. Per anni scapolo d’oro dello star system internazionale, Ugo Maria è convolato a nozze nel 2005 con la leggiadra Isabella Borromeo, sorella di quella Lavinia Borromeo andata sposa, quasi contemporaneamente, con l’erede della famiglia Agnelli John Elkann.

Una favola che sta facendo sognare sulle pagine dei rotocalchi rosa intere generazioni di fanciulle in fiore. A guastare l’armonia irrompe però di tanto in tanto la vibrata protesta dei comitati civici per l’ambiente di Falconara Marittima, nelle Marche, quartier generale delle raffinerie API.

I disastri più recenti risalgono a fine luglio. «Con l’ennesimo spiaggiamento di idrocarburi versato in mare da una condotta dell’API - si legge in un duro comunicato dei comitati cittadini capitanati da Loris Calcina - abbiamo assistito ad altre scene da anni ’60: bambini e bagnanti uscire dall’acqua imbrattati di idrocarburi e "trattati" con benzina prima della doccia. Se rispetto a 47 anni fa la tecnologia ed i sistemi operativi e gestionali della sicurezza hanno fatto passi da gigante, le autorità e gli Enti locali dovrebbero chiedersi se per la raffineria API occorreranno altri 47 anni per raggiungere standard di sicurezza adeguati. Intanto, però, tutti devono dichiarare fallita la politica di credito concessa all’API».

 

mercoledì, 03 ottobre 2007
14:37

commenti

NAPOLITANO, MANDA UN 'VAFFA' AGLI ABUSIVI DEL PALAZZO...

NAPOLITANO, MANDA UN 'VAFFA' AGLI ABUSIVI DEL PALAZZO...
Ottobre 2007

Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel corso di un meeting sull’informazione al Quirinale, da paterno ammiraglio del vascello Italia, ha avvisato i naviganti-giornalisti: evitate i “sensazionalismi”, le “rappresentazioni unilaterali della realtà”, le “denunce indiscriminate”, perchè “la situazione è pericolosa”. Partiamo da qui: se ci sono rischi per la nostra democrazia, il capo dello Stato farebbe bene a far qualcosina di più; rischiando, però, un autogol, visto che la riforma dei Servizi segreti (si fa per dire, un mostruoso pateracchio) varata dal governo è passata nel più assoluto silenzio dei media (ma quei discoli dei giornalisti, dov’erano?). Napolitano, insomma, tira le orecchie ad una categoria che - come denuncia a chiare lettere Jacopo Fo in questo numero della Voce - le orecchie, gli occhi, il naso, le mani e la coscienza li ha persi da un bel pezzo, scodinzolante come al solito verso il Palazzo e i suoi onorevoli inquilini ormai abusivi da un pezzo.

 

Ed è proprio per difendere il Palazzo e la sua Casta che dai bastioni arrivano le bordate contro la presunta “antipolitica” di chi ha il coraggio di denunciare ladri e malfattori di Stato. Scendono in campo i padri della patria, che una volta avevano il volto di un Berlinguer, uno Zaccagnini o un Pertini; e oggi le facce di un D’Alema («quando si attacca così la politica arrivano i militari»), o di un Latorre (c’era una volta, in casa Pci, un Pio La Torre morto sotto i colpi delle cosche, la colpa di aver firmato la legge - mai realmente attuata - per la confisca dei beni mafiosi), invece impegnato in conversazioni per scalate bancarie, e ora preoccupato di «una deriva fascista». Ma ci faccia il piacere, direbbe Totò. Il quale avrebbe centomila spunti, da un Mastella pronto a quotidiani cambi di bandiera, più vicino ai detenuti che ai magistrati - come ha dipinto Travaglio nel suo ritratto per Anno Zero - ad amici di Provenzano in occasioni di nozze e a sodali ceppalonesi oggi inquisiti per 416 bis dalla magistratura. E’ sensazionalismo questo? O non è sensazionale il fatto che un ministro che dovrebbe garantire rigore e trasparenza sia implicato in una serie di vicende bollenti e resti inchiodato alla poltrona? Non pare al presidente Napolitano che siano personaggi del genere a massacrare le istituzioni, e non chi ne denuncia le malefatte? Non ritiene, il capo dello Stato, che una buona volta i filestei debbano essere cacciati dal tempio che hanno ormai reso bordello e bivacco? Non pensa che la presenza di un Vito e un Pomicino in commissione antimafia sia un insulto a quella democrazia che solo a parole si vuol garantire? Lorsignori, però, quando sentono puzza di bruciato, che i muri del palazzo cominciano a scricchiolare, gridano alla congiura. Come capita per dalemiani e berlusconiani, stretti in un abbraccio continuo che dall’inciucio per la “non legge” sul conflitto d’interessi (fu il candido Violante ad ammetterlo sei anni fa in Parlamento: «abbiamo garantito a Berlusconi di non toccare le sue reti») arriva fino agli attacchi ai gip De Magistris e Forleo, colpevoli di voler accertare alcune responsabilità penali. Prove tecniche di Partito democratico, in fase di decollo? Una per tutte: in Campania in pole position per la segreteria regionale c’è uno dei fedelissimi di Antonio Gava (lo ricordate?) e vecchio arnese dc, Salvatore Piccolo, che si presenta come “il candidato della base”. Rosa Russo Iervolino, intanto posa in copertina per Donna Moderna. Con un saccheto della spazzatura in braccio? No, con un mazzo di rose. Ma vaffa...