martedì, 15 maggio 2007
21:58

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BUBBONE ANAS - VARIANTE 1 A VARIANTE 2

Archiviato da mikeburma in: articoli cinquegrani

di Andrea Cinquegrani

Sono trascorsi quasi quarant’anni dal primo scandalo Anas che sfiorò l’ex segretario del Psi Giacomo Mancini, e il colosso delle strade continua a far parlare di sé. In uno slalom tra inchieste, affari, appalti, clientele e nepotismi, ecco un identikit dell’azienda. E del suo “nuovo” management…

16 aprile. Il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro tiene a battesimo l’Alba-Asti, 18 chilometri di autostrada «sognata per decenni e realizzata con la lentezza di una lumaca», come raccontano in zona. Meglio tardi che mai. Pochi giorni prima il pm Vincenzo Paone aveva provato a rovinare la festa all’ex collega di toga: una pattuglia delle fiamme gialle, infatti, aveva messo i sigilli a 6 chilometri del tracciato, perché la pavimentazione - secondo l’ipotesi accusatoria - non sarebbe conforme a quanto previsto dal capitolato d’appalto. L’asfalto, secondo le primissime verifiche, sarebbe molto più sottile del dovuto, addirittura alcuni centimetri in meno: tradotto in soldoni, un bel risparmio per chi ha realizzato i lavori. L’Anas - che ha chiuso gli occhi e si è ben guardata dall’effettuare i controlli dovuti - ora si sveglia dal letargo e annuncia che «eseguirà i lavori di risanamento sfruttando le ore notturne». A due giorni dal fatidico taglio del nastro, il primo incidente, tre feriti per un tamponamento. Ciliegina sulla torta, le prime indiscrezioni su alcune indagini condotte dai carabinieri del NOE di Alessandria, il Nucleo operativo ecologico: sotto il già sottile manto di asfalto sarebbero state interrate tonnellate di rifiuti, forse anche tossici. Insomma, sotto l’autostrada, una autentica discarica.

LE VIE DELLA MUNNEZZA

Tutto il mondo è paese. Ad esempio, in molte aree della Campania - soprattutto del casertano - il mix rifiuti tossici-materiali bituminosi per un moderno lifting delle arterie autostradali è la regola, come ha dimostrato una ponderosa inchiesta portata avanti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. «Un enorme danno ambientale - sottolinea uno dei pm di punta nella lotta alle ecomafie, Donato Ceglie, oggi tra i consulenti del ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio - si somma ai giganteschi profitti che realizzano le imprese e la camorra, che controlla i subappalti, il movimento terra, senza contare il ciclo dei rifiuti, compresi quelli nocivi. Un modo perfetto, del resto, per riciclare danaro sporco». Sporche sono le vie del rifiuto, sporche sono le strade, e, adesso, il ventre di autostrade, bretelle, raccordi che già in passato hanno fatto la fortuna di cosche e clan. Resta epica, sempre in Campania, la storia della bretella di Sant’Antimo, una delle tante opere che hanno caratterizzato il dopo terremoto da quasi 70 mila miliardi delle vecchie lire: il percorso raddoppia strada facendo, i costi quintuplicano, la mappa precisa - e modificata - del tracciato viene rinvenuta a casa di un boss, a far festa sono imprese di casa nostra e anche di Cosa nostra.

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