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BNL E MISTERI - I PRIMI DELLA CLASS
di Rita Pennarola
Parte in questi giorni la class action promossa negli Stati Uniti per ottenere i risarcimenti connessi al crack Parmalat. E si scopre che mentre la casa di Collecchio si chiama fuori, una sola banca italiana è già pronta a patteggiare per 25 milioni di dollari: la BNL, con una storia carica di misteri che cominciano proprio oltreoceano.
Lacrime e sangue. Quasi un anno, da fine 2006 a metà 2007, segnato dall’emorragia di milioni (in euro e anche in dollari) per chiudere le pendenze connesse al bubbone Parmalat. Stiamo parlando della Banca Nazionale del Lavoro che pure, nei mesi successivi al crack targato Tanzi, del gruppo di Collecchio risultava uno fra i principali creditori. Come se non fossero bastati i 112 milioni versati a fine dicembre (frutto delle azioni giudiziarie intraprese contro le banche dal risanatore Enrico Bondi), oggi arriva l’annuncio che l’istituto capitanato da Luigi Abete è pronto a rimborsare altri 25 milioni (stavolta in dollari) all’agguerrito pool costituitosi in giudizio dinanzi al Tribunale distrettuale di New York. Proprio nelle ultime settimane sui quotidiani sono apparsi in tutta evidenza i primi avvisi per chiamare a raccolta i risparmiatori italiani beffati. E’ partito infatti lo scorso 22 marzo il programma multinazionale di informazione - rivolto a investitori di tutto il mondo che abbiano acquistato azioni ordinarie o obbligazioni Parmalat dal 5 gennaio ‘99 al 18 dicembre 2003 - sull’accordo parziale da 50 milioni di dollari che la Nazionale del Lavoro e Credit Suisse, chiamate come convenuti nella class action, si sono dichiarate già disposte a sottoscrivere.
A qualcuno tutto questo suona come un’implicita ammissione di colpa, benchè si legga nell’atto giudiziarrio che «i convenuti patteggianti negano di aver violato alcuna legge o di essere coinvolti in alcuna condotta illecita e concluderanno questo Accordo per evitare i gravami e le spese di un ulteriore contenzioso». Resta il fatto che secondo lo schema accusatorio numerosi istituti di credito avrebbero preso parte, insieme al colosso agroalimentare, ad un impianto finanziario fraudolento, consistito nel fornire una stima inferiore di circa 10 miliardi di dollari dell’indebitamento di Parmalat e in una sopravvalutazione di oltre 16 miliardi del patrimonio netto, con il conseguente crollo dei titoli all’indomani del fallimento. Ma mentre le due banche vengono subito a patti, il maggiore imputato non ci sta: lo scorso 30 marzo in un comunicato ufficiale l’azienda parmense informa di «essere estranea all’accordo parziale per circa 50 milioni di dollari intervenuto tra la Banca Nazionale del Lavoro e Crédit Suisse Group e gli investitori che hanno promosso l’azione collettiva in Usa, la quale peraltro non è stata ancora confermata dal tribunale statunitense». L’udienza che si terrà al tribunale di New York il 19 luglio prossimo dovrà stabilire se approvare o meno l’accordo con Bnl e Crédit Suisse, ma in qualsiasi caso - avvertono i promotori della class - continueranno tutte le azioni di recupero contro Parmalat.
CREDITORI? NO, DEBITORI
Un anno nero per la Bnl e soprattutto per la controllata Ifitalia: nel 2006 arriva l’ora del redde rationem riguardo a quel fiume di accuse lanciato da Calisto Tanzi (e in seguito da altri suoi stretti collaboratori) fin dal maggio 2004. Rispondendo alle domande dei pm milanesi Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino, che gli contestavano il reato di truffa aggravata e continuata in concorso con manager di Ifitalia «relativamente al factoring posto in essere dalla società Contal (del gruppo Parmalat, ndr) in amministrazione straordinaria e un gruppo di istituti di factoring (guidato da Ifitalia, ndr) per un finanziamento di 113 milioni di euro», l’ex presidente di Parmalat ammise che «quello con Ifitalia era un rapporto di mero finanziamento seppur mascherato da un apparente contratto di factoring», aggiungendo che «in diverse occasioni, mi sembra due o tre volte, Gorreri e Tonna mi chiesero di intervenire, anche nel 2002, su Sciumé perché erano sorti dei problemi nei rapporti con Ifitalia. In particolare - ha continuato - mi venne detto che Ifitalia voleva rientrare dal finanziamento. Fu per questo che dovetti chiamare Sciumé e chiedergli di intervenire per continuare nel rapporto». Leader di Comunione e Liberazione, ex dirigente della berlusconiana Mediolanum, Paolo Sciumè rappresentava dunque la potente organizzazione religiosa più volte sponsorizzata a suon di milioni da Tanzi, soprattutto in occasione dei meeting a Rimini. Un feeling tra fede & affari poi suggellato dalla proposta fatta a Sciumè («su richiesta di quest’ultimo», precisa Tanzi) di entrare nell’organigramma di Parmalat Finanziaria.


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