mercoledì, 03 ottobre 2007
14:48

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LA CHIAVE DELL'INCHIESTA DE MAGISTRIS

LA CHIAVE DELL'INCHIESTA DE MAGISTRIS
Settembre 2007

di Andrea Cinquegrani

Cosa c’è di così bollente nelle carte del pm di Catanzaro Luigi De Magistris da mandare in fibrillazione la classe di governo del Paese? In un’inchiesta pubblicata a maggio 2007 da La Voce delle Voci forse la risposta. La ripubblichiamo qui. A seguire, il ritratto del capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, personaggio di primo piano nella richiesta di trasferimento per De Magistris. Il ritratto di Miller è stato pubblicato su La Voce delle Voci di agosto 2007.

 

Zitti e ammutinati

Per anni zitte e mute le procure di mezza Italia e autorità di controllo come Bankitalia e Consob su uno scandalo annunciato e ora al vaglio degli inquirenti a Catanzaro: quello della maxi cartolarizzazione targata Bper-Mutina. Qualche voce, però, aveva già denunciato l’affaire…

Cartolarizzazioni a go go anche in un’altra vicenda che sa tanto di Parmalat. Protagonista dell’affaire da non meno di 10 mila miliardi di vecchie lire il gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna - BPER per gli aficionados - e il suo braccio operativo, una società a responsabilità limitata modenese, Mutina. Il bubbone sta man mano venendo a galla in una maxi inchiesta condotta dalla procura di Catanzaro su una cupola affaristica che ha fatto il bello e cattivo tempo in Basilicata, coinvolgendo, in una sfilza di affari, pezzi da novanta della politica locale, dell’imprenditoria, faccendieri, banchieri ma anche magistrati (per questo l’inchiesta è approdata alla procura calabrese). «Si tratta di un’inchiesta - commentano a palazzo di giustizia - che sta facendo luce su grossi business foraggiati con danaro pubblico, fondi regionali, nazionali ed europei. Come è successo per l’inizio di Tangentopoli con la mazzetta di Chiesa per il Pio Albergo Trivulzio, anche gli inquirenti di Catanzaro sono partiti da una vicenda, per poi arrivare a una grossa rete di affari. Ora, a quanto pare, sarebbero arrivati a quello più grosso. Che si chiama Mutina». Da svariati miliardi di euro, appunto. Un affare che la Voce ha denunciato e descritto nei suoi dettagli un anno e mezzo fa, per la precisione ad ottobre 2005. Ma ecco di cosa si tratta.

Sul finire degli anni ’90 una serie di Popolari, soprattutto del centro sud, si trovano in una pesante situazione finanziaria. Emblematico il caso della Popolare dell’Irpinia, balzata agli onori delle cronache col dopo terremoto del 1980, come “lo sportello di casa De Mita”, visto che un grosso pacchetto azionario era detenuto proprio da Ciriaco De Mita (oggi segretario regionale della Margherita e pezzo da novanta nel nascente Partito Democratico) e dai suoi familiari. Fa grossi affari, la Popolare guidata dal demitiano di ferro Ernesto Valentino, proprio con la ricostruzione post sisma; così come, sul versate lucano, sono tempi di vacche grasse per la Popolare di Pescopagano, cresciuta e pasciuta sotto l’ala protettiva dell’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino (oggi membro della commissione Antimafia), poi passata sotto l’ombrello della Banca di Roma (ora Capitalia) dell’andreottiano Cesare Geronzi. Finita la pacchia, dunque, anche per la Popolare avellinese arrivano i tempi duri, culminati con un’ispezione al vetriolo di Bankitalia che mette a nudo una serie di magagne contabili e organizzative. A questo punto, spunta una nuova sigla, la Banca della Campania, che fa un sol boccone dell’Irpinia e della consorella di Salerno, anch’essa protagonista dello stesso copione (ispezioni, denunce, gestione allegra e via di questo passo).

Nel 2003 il colpaccio. Cosa succede? Il gruppo BPER-Carime fa un sol boccone di 9 banche popolari: oltre a quelle dell’Irpinia e di Salerno (già racchiuse nell’unico scrigno di Banca Campana), quelle di Matera (da qui parte un filone-base dell’inchiesta di Catanzaro), di Crotone, di Lanciano e Sulmona, di Aprilia, nonché la Banca del Monte di Foggia, la Banca di Sassari, la Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila. «E’ la prova del 9 per il decollo della BPER sul grande mercato bancario nazionale», commentano alcuni in Borsa.

BOND & FONTANE

Ma vediamo meglio cosa in realtà è successo. Ecco come descriveva l’operazione la Voce nel suo reportage di ottobre 2005. «Cosa fanno allora i vertici Bper-Carime? Pensano bene di cartolarizzare tutti i crediti, o presunti tali, delle nove banche incorporate. Come dire, Totò e la fontana di Trevi: io metto nel mio attivo una montagna creditizia di cui non so un accidenti e subito butto sul mercato una valanga di obbligazioni. Proprio nel perfetto stile Cirio e Parmalat. E i bond, a quanto pare, nell’arco dell’ultimo biennio sono stati adeguatamente collocati presso la solita ignara, “sprovveduta” clientela di risparmiatori. Per un totale di circa 800 milioni di euro, viene precisato dalla sola Banca della Campania. Aggiungendo le altre sette banche, si arriva a sfiorare i 10 mila miliardi delle vecchie lire. Non male». I meccanismi dell’operazione di “cessione dei crediti”, tramite la Mutina, si svolgono lungo l’asse Modena-Londra, in perfetto stile James Bond (visto che del resto si parla di titoli, di bond). 27 giugno 2002, Princes House, Gresham street, Londra: presso l’elegante studio del notaio Sophie Jane Jenkins viene siglato il primo contratto di cessione dei crediti tra Popolare dell’Irpinia, rappresentata da Antonio De Stefano, e Emilio Annovi, in quota Mutina. Il tutto fa seguito ad una delibera del cda dell’istituto avellinese, dove si dava l’ok alla cessione. Sorpresa! Fra tutte le carte accuratamente sottoscritte davanti al notaio londinese, manca l’allegato fondamentale, quello relativo al maxi elenco dei crediti ceduti: al suo posto, due misere paginette sbarrate e con una inequivocabile scritta, “omissis”. «In realtà - spiegano i tecnici - secondo la legislazione britannica i notai sono tenuti ad autenticare le firme, a sapere che è realmente tizio che vende a Caio. Se poi si tratta della fontana di Trevi, al notaio poco interessa». Miracolo dopo soli tre mesi. Quell’allegato fantasma compare per incanto presso lo studio del notaio di Cavezzo, a un tiro di schioppo da Modena, Fabrizio Figurelli, al quale lo stesso Annoni aveva chiesto tutti gli atti autenticati da Jenkins. «Un falso, un falso in piena regola, quel documento», tuona l’ingegnere avellinese Giuseppe Testa, uno dei presunti “debitori” della Popolare dell’Irpinia, una vita e una storia - ad 80 anni passati - per denunciare il malaffare del sistema bancario. In parole povere, BPER ha ceduto a Mutina una montagna di crediti in buona parte (si parla di almeno il 30-40 per cento) inesigibili, poi però magicamente tramutati in moneta sonante via cartolarizzazione, alla faccia degli ignari risparmiatori. Anni fa Testa denunciò la banca irpina per “tassi di usura”. In seguito è stato un crescendo rossiniano, culminato in una raffica di denunce presentate da inizio 2005 in ben quattro procure: Avellino, Napoli, Roma e Modena. «Mai una risposta, niente - denuncia Testa - sempre, costantemente un muro di gomma».

E’ il 21 aprile 2005 quando l’ingegnere denuncia alla procura di Modena, in sette esplosive pagine di eposto, che «alcun controllo la Mutina ebbe ad eseguire sui crediti dichiarati dalla Popolare dell’Irpinia e riportati nel libro crediti posto a base della cessione; la Mutina accettò all’oscuro la cessione di crediti pro soluto. Mutina, che aveva l’obbligo di vigilanza, ha accettato la cessione e cartolarizzato questi crediti assumendosi finale responsabilità di quanto sta accadendo». Il 23 agosto denuncia alla procura di Avellino «l’atto papocchio londinese» perché proprio su quella scorta «si stanno commettendo in Italia meridionale una serie di gravi abusi, truffe, estorsioni e altri gravi reati sanzionabili penalmente». Ma qualcun altro, ancora prima, aveva lanciato l’sos. Un piccolo risparmiatore salernitano, Giovanni Pecoraro, oggi presidente del Sinpa, un sindacato nato a tutela dei piccoli risparmiatori taglieggiati dalle banche. Il primo campanello d’allarme è addirittura del 1997, quando si rivolge a Bankitalia e Consob per vigilare sulle «opa lanciate dalla Popolare dell’Emilia Romagna sulle popolari dell’Irpinia e di Salerno». L’anno dopo denuncia quest’ultimo istituto chiedendo «la restituzione di tutte le somme indebitamente percepite e inoltra il suo articolato esposto alla procura salernitana». Il solito assordante silenzio. Passa poi, nel 2000, al Csm, chiedendo «come mai la procura di Salerno, malgrado nostri solleciti, non ci porti a conoscenze delle indagini sulle questioni prospettate». Anche Pecoraro approda alla Procura di Modena, dove ad ottobre 2002 presenta un altro esposto, denso di cifre e circostanze inquietanti, sollevando pesantissimi dubbi sull’operazione di marca BPER per il controllo delle popolari del Sud. L’anno seguente, l’ennesimo esposto, contro «quei magistrati che hanno insabbiato tutto». Un vero e proprio muro di gomma, che va avanti da anni, coinvolge procure di mezza Italia e le autorità di controllo (Bankitalia e Consob in prima fila). Riuscirà adesso la procura di Catanzaro a rompere quel muro?

 

Arcibaldo Show

Da pm alle procure di Santa Maria Capua Vetere e poi Napoli, alla poltronissima di super 007 del ministero di Grazie e Giustizia, voluto da Castelli e riconfermato da Mastella, ovvero trasversale al punto giusto. Nel suo pedigree, inchieste bollenti come quella sulla ricostruzione post terremoto finita nella classica bolla di sapone. Ma vediamo come andò veramente.

Chi è davvero il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller, nominato dal leghista Roberto Castelli e riconfermato dal guardasigilli Clemente Mastella? Una carriera, la sua, che si sviluppa soprattutto all’ombra del Vesuvio, visto che per i bollenti anni ’90 è uno dei pm di punta della procura partenopea. A lui l’ex procuratore capo Agostino Cordova affida la leadership - «in quanto giudice anziano», precisa l’ex mastino di Palmi - dello strategico pool anticorruzione, composto da altre tre toghe (Antonio D’Amato, Alfonso D’Avino e Nunzio Fragliasso) e incaricato delle inchieste più scottanti, dal post terremoto alla massoneria a sanitopoli. Quando nel ’98 scoppia la polemica tra i vertici della procura e gli avvocati partenopei (fiancheggiati da Magistratura democratica) in realtà i bersagli sono due: Cordova e Miller, cui vengono dedicate una ventina di pagine al vetriolo del dossier redatto dalla Camera penale di Napoli. Nel mirino due procedimenti disciplinari a carico della toga di origini scozzesi. Fra i rilievi mossi ci sono «le frequentazioni con la famiglia camorristica degli imprenditori Sorrentino, famiglia che è risultata aver condizionato fortemente gli appalti e le assegnazioni di lavori pubblici in Campania»; frequentazioni - è precisato - insieme al dottor Armando Cono Lancuba, e «ammesse dallo stesso dottor Lancuba negli anni 1985-1987». «Entrambi i procedimenti subiti dal dottor Miller - viene aggiunto nel documento - si sono conclusi con l’archiviazione, ma residuano, nelle due vicende, fondate ragioni di censura sul comportamento del magistrato, per l’estrema disinvoltura manifestata nelle sue relazioni personali». Nel dossier, fra l’altro, viene ricordato che «il procedimento per il reato previsto dall’articolo 416 bis del codice penale, che ha visto nel ’94 l’arresto di alcuni magistrati napoletani per collusioni con la camorra, ha riguardato anche il dottor Miller e, tra gli altri, un esponente della famiglia Sorrentino». Un procedimento, ovviamente, archiviato. Non rilevante sotto il profilo penale, la motivazione di rito. Ma sotto quello morale e deontologico? Boh.

DOSSIER AL VETRIOLO

Scrivevano ancora i penalisti nell’infuocato dossier: «Non può che lasciare stupefatti chi si sia venuti a una situazione in cui un magistrato della procura di Napoli, che ha fatto parte delle commissioni di collaudo per la ricostruzione post terremoto, si occupa della maxi indagine su tale ricostruzione. Ancor più preoccupante è apprendere che alla ricostruzione in Campania hanno certamente partecipato le imprese della famiglia Sorrentino - come risulta pacifico dagli atti provenienti dalla stessa procura di Napoli - che all’epoca aveva stretti rapporti con uno dei magistrati che oggi conduce l’indagine». Fanno comunque presente, gli estensori del j’accuse, che «il dottor Miller ebbe comunque a chiedere al dottor Cordova di potersi astenere dal proseguire le indagini riguardanti alcuni procedimenti ed in particolare “la Sanità», la «Ricostruzione post terremoto» e «il Centro direzionale». E’ proprio il maxi processo post sisma il clou della carriera professionale di Miller. Che con i tre colleghi raccoglie, in numerosi anni d’indagine, una montagna di carte, attraverso le quali si dimostra in maniera inequivocabile come la classe politica locale riesce a drenare uno smisurato fiume di miliardi a proprio uso e consumo, creando un perfetto sistema a base di “imprese di partito”, scatole spesso e volentieri vuote ma opportunamente riempite di appalti pubblici milionari. E’ l’applicazione, in salsa partenopea, dell’azzeccato teorema-Di Pietro sulle “acchiappa-appalti”, sigle e società al servizio dei potenti di turno che hanno tutto il tempo - e i fondi - per tuffarsi sul proscenio nazionale, con un Paolo Cirino Pomicino prima alla Funzione pubblica e poi al Bilancio, un Francesco De Lorenzo alla Sanità, il tandem Antonio Gava-Enzo Scotti agli Interni, Carmelo Conte alle Aree Urbane e “compagnia bella” continuando (secondo il colorito intercalare del patron di Icla, la regina degli appalti, Massimo Buonanno, davanti ai membri della commissione Scalfaro per indagare sugli sperperi post terremoto).

PROCESSO IN FLOP

Peccato che le mirate piste investigative sbaglino clamorosamente - strada facendo - gli obiettivi. Cadono come foglie al vento le accuse di concussione-corruzione, comunque tipiche di Tangentopoli. Ha facile gioco ‘o ministro Pomicino nel descrivere i più che amichevoli rapporti coi costruttori-amici napoletani. Poteva mai minacciarli se poi - come rivela con dovizia di dettagli - andava quotidianamente a pranzo con loro o era il “padrino” per il battesimo di loro figlio? «E’ proprio dai racconti di Pomicino - osserva un magistrato - che balza in tutta evidenza un altro tipo di rapporto con i mattonari: erano tutti impegnati in un solo scopo, fare affari, raccogliere fiumi di soldi per le proprie tasche e le correnti di riferimento. Insomma, un’associazione». A delinquere, come recita il classico articolo 416. Con l’aggiunta di un piccolo particolare, il bis. Sì, perché al banchetto arcimiliardario del dopo terremoto (64 mila miliardi di vecchie, vecchissime lire anni ’80) ha preso parte un terzo convitato di pietra (ma soprattutto di pietrisco, cave, cemento, calcestruzzo e subappalti a raffica, un 25 per cento abbondante di tutto la torta), la camorra, che con l’occasione ha trovato il propellente necessario per spiccare il grande salto e diventare vera e propria holding. Eppure il maxi pool capitanato da Miller non se ne accorge. Neanche una pagina, una sola, fra gli sterminato falconi dell’inchiesta, fa riferimento a un nome, un’impresa di camorra. Miracoli di San Gennaro, che hanno soprattutto il pregio di ridurre drasticamente i termini per la prescrizione, da 15 - in caso di 416 bis - a 7 e mezzo per la rituale concussione-corruzione (che nemmeno c’è). «Al dibattimento è arrivato un cadavere», fu il commento di un cancelliere quando partì il processo di primo grado, destinato a morire inesorabilmente di “prescrizione”. E a vedere tutti gli imputati felici, contenti e premiati: Paolo Cirino Pomicino e mister centomila Alfredo Vito con la poltrona di membri della commissione Antimafia… .

E pensare che Pomicino, nel ’90, fu beccato con le mani nel sacco: un’inchiesta della Voce - titolo “Una bugia grossa come una casa” - documentò per filo e per segno il passaggio di proprietà di un lussuoso immobile nella zona chic di Napoli, a Posillipo, da una società dei Sorrentino ad una dei Pomicino. «Mia moglie ha trovato l’annuncio sul Mattino», ribattè ‘o ministro, il quale però conosceva - e da anni - i fratelli Sorrentino, con uno dei quali (poi ucciso in un regolamento dei conti) intratteneva “amichevoli” rapporti, addirittura su carta ministeriale. Dopo alcune burrasche giudiziarie, i Sorrentino hanno trasferito il loro quartier generale a Lucca e generato una galassia societaria: fra i primattori Augusto Dresda, manager di spicco dell’Icla. Arieccoci… Alle ultime amministrative partenopee, il nome di Miller è rimbalzato più volte come possibile candidato alla poltrona di sindaco in quota Casa delle Libertà, da contrapporre a Rosa Russo Iervolino. «Un uomo d’ordine per ripulire la città», era il leit motiv che correva fra le truppe del cavaliere. «Già la città è un bordello...», controbattevano altri, ricordando la storia della casa di appuntamenti di via Palizzi nella quale il nome di Miller venne tirato in ballo insieme a quello di altri magistrati: la storia non ha avuto alcun seguito penale, ma di quella casa si è a lungo parlato in occasione dell’omicidio Siani (la pista Rubolino - il cui nome dopo la morte è tornato alla ribalta per alcune piste vaticane indagate dalla procura di Potenza - poi finita nella classica bolla di sapone). La candidatura di Miller alla fine saltò: al suo posto, comunque, un altro uomo d’ordine, l’ex questore di Napoli Franco Malvano. La figlia di Miller, Cristina, ha sposato Pietro Scaramella, fratello di Mario Scaramella, la “spia” in salsa partenopea coinvolta nel caso Livtinenko e braccio destro di Paolo Guzzanti nella Mitrokhin. Sotto il profilo professionale, Cristina segue le orme paterne. A dicembre 2006 ha preso parte al concorso per commissario di polizia con una tesi dal titolo “L’infiltrazione della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti: il caso Campania. Tecniche di investigazioni e strumenti di contrasto”. A quando una tesina su “007 o pataccari: la Scaramella story”?

mercoledì, 03 ottobre 2007
14:37

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NAPOLITANO, MANDA UN 'VAFFA' AGLI ABUSIVI DEL PALAZZO...

NAPOLITANO, MANDA UN 'VAFFA' AGLI ABUSIVI DEL PALAZZO...
Ottobre 2007

Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel corso di un meeting sull’informazione al Quirinale, da paterno ammiraglio del vascello Italia, ha avvisato i naviganti-giornalisti: evitate i “sensazionalismi”, le “rappresentazioni unilaterali della realtà”, le “denunce indiscriminate”, perchè “la situazione è pericolosa”. Partiamo da qui: se ci sono rischi per la nostra democrazia, il capo dello Stato farebbe bene a far qualcosina di più; rischiando, però, un autogol, visto che la riforma dei Servizi segreti (si fa per dire, un mostruoso pateracchio) varata dal governo è passata nel più assoluto silenzio dei media (ma quei discoli dei giornalisti, dov’erano?). Napolitano, insomma, tira le orecchie ad una categoria che - come denuncia a chiare lettere Jacopo Fo in questo numero della Voce - le orecchie, gli occhi, il naso, le mani e la coscienza li ha persi da un bel pezzo, scodinzolante come al solito verso il Palazzo e i suoi onorevoli inquilini ormai abusivi da un pezzo.

 

Ed è proprio per difendere il Palazzo e la sua Casta che dai bastioni arrivano le bordate contro la presunta “antipolitica” di chi ha il coraggio di denunciare ladri e malfattori di Stato. Scendono in campo i padri della patria, che una volta avevano il volto di un Berlinguer, uno Zaccagnini o un Pertini; e oggi le facce di un D’Alema («quando si attacca così la politica arrivano i militari»), o di un Latorre (c’era una volta, in casa Pci, un Pio La Torre morto sotto i colpi delle cosche, la colpa di aver firmato la legge - mai realmente attuata - per la confisca dei beni mafiosi), invece impegnato in conversazioni per scalate bancarie, e ora preoccupato di «una deriva fascista». Ma ci faccia il piacere, direbbe Totò. Il quale avrebbe centomila spunti, da un Mastella pronto a quotidiani cambi di bandiera, più vicino ai detenuti che ai magistrati - come ha dipinto Travaglio nel suo ritratto per Anno Zero - ad amici di Provenzano in occasioni di nozze e a sodali ceppalonesi oggi inquisiti per 416 bis dalla magistratura. E’ sensazionalismo questo? O non è sensazionale il fatto che un ministro che dovrebbe garantire rigore e trasparenza sia implicato in una serie di vicende bollenti e resti inchiodato alla poltrona? Non pare al presidente Napolitano che siano personaggi del genere a massacrare le istituzioni, e non chi ne denuncia le malefatte? Non ritiene, il capo dello Stato, che una buona volta i filestei debbano essere cacciati dal tempio che hanno ormai reso bordello e bivacco? Non pensa che la presenza di un Vito e un Pomicino in commissione antimafia sia un insulto a quella democrazia che solo a parole si vuol garantire? Lorsignori, però, quando sentono puzza di bruciato, che i muri del palazzo cominciano a scricchiolare, gridano alla congiura. Come capita per dalemiani e berlusconiani, stretti in un abbraccio continuo che dall’inciucio per la “non legge” sul conflitto d’interessi (fu il candido Violante ad ammetterlo sei anni fa in Parlamento: «abbiamo garantito a Berlusconi di non toccare le sue reti») arriva fino agli attacchi ai gip De Magistris e Forleo, colpevoli di voler accertare alcune responsabilità penali. Prove tecniche di Partito democratico, in fase di decollo? Una per tutte: in Campania in pole position per la segreteria regionale c’è uno dei fedelissimi di Antonio Gava (lo ricordate?) e vecchio arnese dc, Salvatore Piccolo, che si presenta come “il candidato della base”. Rosa Russo Iervolino, intanto posa in copertina per Donna Moderna. Con un saccheto della spazzatura in braccio? No, con un mazzo di rose. Ma vaffa...

venerdì, 31 agosto 2007
09:44

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LA VOCE NEL MIRINO DEI SERVIZI

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di Andrea Cinquegrani & Rita Pennarola
Dal 2001 la Voce della Campania , i suoi redattori ed opinionisti sarebbero stati oggetto di costante attenzione e dossieraggio da parte del Sismi di Pio Pompa. Ripercorriamo alcune delle inchieste che potrebbero, in questi anni, aver messo in allarme qualcuno molto “in alto”, compreso qualche episodio che, alla luce di quanto emerge oggi, assume un significato inquietante.

Ci siamo scoperti “supercomplottisti” - ma, soprattutto - super spiati, giovedì 5 luglio, ore 7 e 30. Un collega romano ci butta giù dal letto con un “avete visto chi siete!” e poi un colorito “... eravate voi, allora...”. E’ il day after la bufera al Csm, con i dossier del Sismi-Sismi sotto i riflettori, e non parto della sua fazione deviata. Nicolò Pollari, Pio Pompa, tutti e due a dossierare? Leggiamo di noi nel minuzioso resoconto di Repubblica. Dopo il titolo a tutta pagina, “Quei giuristi militanti e il circo mediatico delegittimano il premier”, ecco il sottotitolo, “Una Voce da spegnere. Un inglese da spiare”. Poi il testo. «Appunto per il direttore - Gennaio 2003: Attacchi contro il presidente del Consiglio alla vigilia del semestre italiano di presidenza Ue. Si è avuta notizia che, sui recenti attacchi portati da alcune testate giornalistiche, avrebbero essenzialmente interagito: il nutrito gruppo di giornalisti e “giuristi militanti” raccolto intorno alla “Voce della Campania” diretta da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola; Michele Santoro (ma lo saprà mister Pompa che ha diretto la Voce per un un intero anno, il 1979?); Giuseppe Giulietti, Paolo Serventi Longhi; Ignazio Patrone; Sandro Ruotolo e Giulietto Chiesa; il presidente della stampa estera in Italia Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese “Liberation”». Non è certo finita qui. «Quanto poi - scrive lo 007 del Sismi - al ruolo mediatico esercitato dalla “Voce della Campania” esso risulterebbe caratterizzato dalle forti connessioni stabilite con ambienti dei cosiddetti “giuristi militanti”, dal rappresentare una delle principali componenti del complesso circuito telematico facente congiuntamente capo ai siti “Centomovimenti” e “Manipulite.it” che alimenta il processo di delegittimazione del premier. Prestigiorsi opinionisti (sic) hanno scritto negli ultimi anni per la “Voce”. Tra questi “Percy Allum”, cittadino inglese il cui nome sarebbe Anthony Peter Allum che, oltre ad essere punto di riferimento di alcuni corrispondenti come quelli del Guardian, dell’Economist e del Financial Times, godrebbe di solidi legami (in ciò agevolato dall’essere docente presso l’Orientale di Napoli) con ambienti del fondamentalismo islamico, fungendo anche da collegamento con quelli attivi in Gran Bretagna». Il tutto, rigorosamente illustrato e corredato da grafici, come quello che vede in prima linea, oltre alla Voce e a Centomovimenti, altre sigle “sovversive” quali “Democrazia e Legalità”, “Communitas 2002”, “Società Civile”, “Opposizione Civile”, “Osservatorio sulla Legalità”, “Information Guerrilla”, “Nuovi Mondi Media”, “www.resistere. it”.

L'articolo continua sul sito www.lavocedellacampania.it

venerdì, 31 agosto 2007
09:40

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LA CURA OMEOPATICA PER LA MAFIA

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di Andrea Cinquegrani
Resistere, resistere, resistere, diceva l’ex procuratore capo di Milano Borrelli. E ora devono resistere, resistere, assolutamente resistere a tutti gli assalti che stanno piovendo addosso - a cominciare quelli del guardasigilli Mastella, fino a prova contraria ministro della Giustizia e non dei Mascalzoni - toghe come de Magistris, Forleo, Woodcock, che stanno solo facendo il loro dovere: cioè quello di scoperchiare i pentoloni neauseabondi della malapolitica, della malafinanza, della malagestione che divorano l’Italia come un cancro ogni giorno più aggressivo. Quindici anni fa Tangentopoli, la speranza per tutti di voltare pagina dopo gli assalti alla diligenza dei Craxi e dei Pomicino, dei predatori della prima repubblica. La seconda si sta rivelando ancor peggio. Più sofisticata, più arrogante, capace di cloroformizzare i (presunti) elettori, di soffocare con ogni mezzo il dissenso (dal G8 di Genova alle svariate imprese targate Sismi il filo continua), d’impedire la nascita di reali alternative (il referendum è un pannicello caldo, se poi a sponsorizzarlo è anche mister Montezemolo...). Clementina Forleo ha la colpa di puntare i riflettori su big del Potere - 3 dei Ds e 3 di Forza Italia, una giusta par condicio - «consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata, in una logica di manipolazione e lottizzazione del sistema bancario e finanziario nazionale»? Ecco scattare in piedi il solito Mastella, che vede subito «una potenziale lesione dei diritti e dell’immagine di soggetti estranei al processo». Uniti nella lotta forzisti e (ormai ex) diessini: «un vero e proprio intervento politico», quello di Forleo, per i primi, mentre i secondi lapidariamente osservano: «siamo estranei ai fatti», con un Di Pietro pronto a «mettere la mano sul fuoco per Fassino». Tutti d’amore e d’accordo, poi, per «denunciare le ricadute sull’immagine del Paese e i danni per i risparmiatori». Ci mancava solo la beffa: chi ha manovrato per privatizzarsi il suo mercato e fottere i risparmiatori, ora fa la morale. Ma Fassino ha dimenticato le difese d’ufficio di “imprenditori coraggiosi” come Ricucci & C, esattamente due estati fa?

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martedì, 15 maggio 2007
22:00

commenti (9)

L'UNIONE FA LA FORZA (ITALIA)

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di Andrea Cinquegrani

Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri…! Ma checcefrega degli altri invidiosi della nostra Unione solo perché io DICO al mondo che ti amo, degli Inciuci di tutte le zitelle acide. Ricordi, Margherita mia, quei primi compromessi, tu non lo dicevi ai tuoi io non lo dicevo ai miei, fino a quella fantastica notte in Bicamerale che ci raggiunse anche quel porcaccione di Silvio: fu veramente il Massimo, peccato poi doverla finire lì. Io sono Piero, sono fiero di te, di tutti questi anni di baci furtivi, a mangiare con gli altri coglioni a tavola che volevano portarci via qualche polpetta, noi a farci piedino, per riverderci di notte, a dividere il bottino.

Ma checcefrega se i sondaggi non ci vedono bene insieme, se dicono che il 60% dei nostri amici non sono d’accordo, se quando ci presentiamo in pubblico il 40% della gente ci volta le spalle. Noi, intanto, abbracciamoci più forte, tutti azzeccati, una cosa sola, una cosa nostra, tutti al centro, ti ricordi che anche Francesco lo ha detto? Moderatevi, state al centro, tirate qualche calcio a destra e a sinistra che per gli altri non c’è spazio. Ma checcefrega, noi ci sposiamo in chiesa, abito bianco, a proposito viene il Ciarra a prenderci con la sua Mercedes, te lo ricordi? Quello della Roma e delle acque minerali che poi ci prepara anche il rinfresco. A Margherì, lo vedi che bel Pantheon ti ho preparato? Ci stanno tutti gli amici di famiglia. C’è zio Bottino, l’ultima volta l’hai visto sulla spiaggia ad Hammamet; da lassù che ora vive in alta montagna arriva pure nonno Silvio, non te lo ricordi più?, Gava, che poi il figlio Antonio ha fatto quella carriera. Enrico? Chi, il sardo? Fammì toccà, che porta sfiga, ma chi ce lo vuole alle nostre nozze uno come lui che non mangia, non beve, non ruba? A proposito, vuoi vedere che all’ultimo minuto arriva quel pazzo dalla Padania, che l’ha promesso a Romano quando si sono visti giorni fa a Roma e il mortadella l’ha invitato per la settimana prossima a casa sua? Te lo DICO, amore mio, più “stamm’ into ‘o gioco e meglio è”, come raccontano due miei amici napoletani, Aldo e Paolo.

Ma checcefrega se gli altri non vogliono il nostro amore, e per ripicca si fidanzano, fanno cose sinistre, si rimettono insieme dopo anni di separazione, s’ammucchiano, cercano già la nuova casa comune, tirano fuori dal sarcofago l’animaccia di bisnonno Marx, piagnucolano come donnette alle note di Bella Ciao, parlano di amore, solidarietà, ambiente, comunismo, quei cornutacci. Ma checcefrega se l’economia va a rotoli, abbiamo il nostro tesoretto da spenderci, ce lo insegna zio Tommaso. Solo per noi, a quello lì di Ceppaloni che viene ogni giorno a ringhiare o scodinzolare mollagli un ossobuco e una sberla. Ma checcefrega se arrivano gli spagnoli a casa nostra e ci fregano i telefoni, tanto a noi per capirci basta uno sguardo. Comunque, non siamo soli, ci stanno dentro le banche, c’è l’amico Geronzi (chissà se poi arriva anche Moggi), c’è quello tutto casa e chiesa Bazoli dell’Intesa. Peccato solo, amore mio, che manchi Silvio (per ora) e l’altro grande amico col pallino delle moto, il Colaninno.

Ma checcefrega delle bombe, dei morti ammazzati in Iraq e in mezzo mondo, ma checcefrega se ora un coglione come quel Teney della Cia manda a fare in culo Cheney e dice che la guerra era tutta inventata, che Saddam non aveva neanche un tric trac. Ma checcefrega se quel pazzo di Strada se ne va da Kabul e sbraita come un ossesso contro di noi: gli sta bene un po’ di mal d’Africa. Tanto noi, per la nostra luna di miele, abbiamo scelto Malindi, che lì stiamo tranquilli. A proposito, fai un colpo di telefono a Claudio: se abbiamo perso la falce, comunque, abbiamo sempre il Martelli.

martedì, 15 maggio 2007
21:58

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BUBBONE ANAS - VARIANTE 1 A VARIANTE 2

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di Andrea Cinquegrani

Sono trascorsi quasi quarant’anni dal primo scandalo Anas che sfiorò l’ex segretario del Psi Giacomo Mancini, e il colosso delle strade continua a far parlare di sé. In uno slalom tra inchieste, affari, appalti, clientele e nepotismi, ecco un identikit dell’azienda. E del suo “nuovo” management…

16 aprile. Il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro tiene a battesimo l’Alba-Asti, 18 chilometri di autostrada «sognata per decenni e realizzata con la lentezza di una lumaca», come raccontano in zona. Meglio tardi che mai. Pochi giorni prima il pm Vincenzo Paone aveva provato a rovinare la festa all’ex collega di toga: una pattuglia delle fiamme gialle, infatti, aveva messo i sigilli a 6 chilometri del tracciato, perché la pavimentazione - secondo l’ipotesi accusatoria - non sarebbe conforme a quanto previsto dal capitolato d’appalto. L’asfalto, secondo le primissime verifiche, sarebbe molto più sottile del dovuto, addirittura alcuni centimetri in meno: tradotto in soldoni, un bel risparmio per chi ha realizzato i lavori. L’Anas - che ha chiuso gli occhi e si è ben guardata dall’effettuare i controlli dovuti - ora si sveglia dal letargo e annuncia che «eseguirà i lavori di risanamento sfruttando le ore notturne». A due giorni dal fatidico taglio del nastro, il primo incidente, tre feriti per un tamponamento. Ciliegina sulla torta, le prime indiscrezioni su alcune indagini condotte dai carabinieri del NOE di Alessandria, il Nucleo operativo ecologico: sotto il già sottile manto di asfalto sarebbero state interrate tonnellate di rifiuti, forse anche tossici. Insomma, sotto l’autostrada, una autentica discarica.

LE VIE DELLA MUNNEZZA

Tutto il mondo è paese. Ad esempio, in molte aree della Campania - soprattutto del casertano - il mix rifiuti tossici-materiali bituminosi per un moderno lifting delle arterie autostradali è la regola, come ha dimostrato una ponderosa inchiesta portata avanti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. «Un enorme danno ambientale - sottolinea uno dei pm di punta nella lotta alle ecomafie, Donato Ceglie, oggi tra i consulenti del ministro per l’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio - si somma ai giganteschi profitti che realizzano le imprese e la camorra, che controlla i subappalti, il movimento terra, senza contare il ciclo dei rifiuti, compresi quelli nocivi. Un modo perfetto, del resto, per riciclare danaro sporco». Sporche sono le vie del rifiuto, sporche sono le strade, e, adesso, il ventre di autostrade, bretelle, raccordi che già in passato hanno fatto la fortuna di cosche e clan. Resta epica, sempre in Campania, la storia della bretella di Sant’Antimo, una delle tante opere che hanno caratterizzato il dopo terremoto da quasi 70 mila miliardi delle vecchie lire: il percorso raddoppia strada facendo, i costi quintuplicano, la mappa precisa - e modificata - del tracciato viene rinvenuta a casa di un boss, a far festa sono imprese di casa nostra e anche di Cosa nostra.

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mercoledì, 14 marzo 2007
22:11

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E ORA ESPELLETECI TUTTI

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di Andrea Cinquegrani

Ma checcefrega. Eravamo scemi da lasciare le nostre poltrone in pelle umana da 10 mila euro e spiccioli al mese, portaborse, aerei aggratis, autostrade pure e via benefit-cantando? Tutti, prodiani e anti, così fessi da perdere ‘sto bendiddio in un baleno? Abbiamo ora un Follini asso nella manica da giocarci in tutte le occasioni, un bel pezzo di dc, e tanti altri ne arriveranno scodinzolanti al seguito, per un governo che più Balena che più bianca non si può. C’è il Pallaro di scorta, fulminato sulla via di Ceppaloni dal Verbo del discepolo Clemente.

Ma checcefrega di tagli, pensioni, disoccupati, precari e sottoprecari, morti di fame, di quei cazzoni che sono tanti e non arrivano a fine mese, di tariffe e bollette sempre più micidiali tanto le paga il popolo bue. Noi - grazie presidente Bertinotti - avremo la nostra “Stanza per meditare” alla Camera e speriamo anche al Senato, proprio come i tedeschi (peccato che il loro Bundesrat costi quasi 30 volte meno). E già che ci siamo, prendiamoci in saldo il loro sistema elettorale. O sennò rifacciamoci una bella Bicamerale matrimoniale, ma tagliamo una volta per sempre quelle luride ali che rompono i coglioni, spezziamo le reni alle minoranze di sporchi sovversivi. Avete capito, Turigliatti del cazzo che non siete altro? Una purga, un amaro Giordano e via. Schiena dritta, petto in fuori, tutti in riga a votare la missione umanitaria per aiutare quelle povere bestie afghane.

Ma checcefrega, è una missione tranquilla, roba da giovani marmotte, ci stanno già pensando gli amici amerikani a farne fuori ogni giorno a camionate, donne bambini tutti nel mucchio, carne da massacrare. I nostri padroni, poi, ci fanno la grazia di allargarsi a Sigonella, a Napoli da un pezzo, e a Vicenza cominciano già i lavori alla faccia di quei tonti che alzano la voce. Tanto il Massimo è con noi, altro che storie, altro che proteste per Calipari: siamo una cosa sola. Ma checcefrega. Dritti, come un sol partito, verso il Governo Eterno, con le nostre tavole della legge, col nostro dodecalogo. Non certo quello - che DICO - con i precetti dell’amore e della coscienza, ma checcefrega di non rubare e non ammazzare: qui si parla di cose serie, di guerre umane e preventive, o dei grandi appalti per la Tav, che è un’opera buona e giusta. Quasi quasi, perché non riprendiamo quel discorsetto del ponte sullo stretto? O sul Mose (da ribattezzare Mosè, in onore alle TAVole)?

Ma checcefrega di Coppola e dei suoi furbetti del quartierino. Poveri ragazzi, cercavano di darsi una mossa. Tutti giovani; lui, Ricucci, Statuto, volevano comprarsi solo un giornale senza andare in edicola. Tutti con la passione per la pittura, coi Caravaggio e i De Chirico appesi al muro, tanto per far colore. Imprenditori, ma perché li vogliamo mettere in croce, come annunciava il Verbo del Piero (Fassino) in quella torrida estate 2005, a un passo dal botto ferragostano. A rispondergli, da vero bolscevico, il Mastella-ovunque. «Ma dai, fra loro e la Fiat c’è qualche differenza». Forse.

Ma checcefrega. Qui da noi è il carnevale del mattone, tutto il mondo è Casalnuovo, è pura fantasia al potere, quando da un sabato a una domenica - col favor delle partite - costruisci un intero quartiere. E nessuno vede, sente, parla e, soprattutto, denuncia. Ma vuoi vedere che era colpa di quella eclisse maledetta? Ma checcefrega, tanto da noi tutto si può, pure che dopo quasi vent’anni torni alla ribalta quel famigerato Regno del Possibile, vaticinato da ‘o ministro Pomicino in persona. Apre il tema Geremicca, lo porta avanti il numero uno degli industriali partenopei Lettieri. Speriamo che a chiuderlo sia Totò: ma fateci il piacere.

mercoledì, 14 marzo 2007
22:07

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NUOVO CAPITOLO DELLA SCARAMELLA CONNECTION - LA DIRTY BOMB

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di Andrea Cinquegrani

Si apre un nuovo, inquietante scenario sulla morte dell’ex agente russo Alexander Livtinenko, amico e compagno di merende della spia di casa nostra Mario Scaramella. Fra intrighi, connection e sigle, si arriva alla preparazione della “dirty bomb”, la provocazione tanto cara agli Usa...

Novembre 2006. L’ex agente del Kgb Alexander Livtinenko avvelenato al polonio. Caccia al posto: in un ristorante cinese nel cuore di Londra quando si incontrava col nostro 007 Mario Scaramella? Oppure nell’hotel dove aveva incontrato poche ore prima due “amici” sovietici? O dopo? Interrogativi che rimbalzano da un paio di mesi per mezzo mondo e soprattutto in un frenetico ping pong fra servizi britannici e statunitensi. Ma immaginiamo per un momento uno scenario “diverso”, praticamente opposto, con un giro di 180 gradi. Livtinenko non è stato avvelenato nel modo classico, via tazzina di the o di caffè, nè mangiando un hamburger. Potrebbe, invece, aver “ingurgitato” polonio per giorni, senza esserne pienamente consapevole. Trasformandosi, quindi, in una autentica bomba umana. In che modo? Partecipando in prima persona alla realizzazione di un ordigno nucleare, proprio a base di polonio: una “dirty bomb”, una bomba sporca da utilizzare al momento opportuno per destabilizzare i destini del mondo.

LA DIRTY BOMB

L’incredibile notizia e il possibile scenario arrivano - guarda caso - sia da fonti britanniche che americane, al tempo stesso alle prese con ancor più cupi orizzonti di guerra sul versante iraniano. Ma a questo punto i due fronti finiscono inevitabilmente per incrociarsi: dal momento che la “dirty bomb” - da attribuire all’ormai solito Iran - dovrebbe trasformarsi nella “provocazione” finale, la miccia su cui innescare il maxi incendio sul già martoriato Medioriente. Olocausto nucleare compreso. Ma torniamo al caso Livtinenko. Il quale ha avuto spesso e volentieri a che fare con materiali pericolosi (vedi alla voce “radioattivi”) in non pochi “trading” esteri, soprattutto sull’asse Russia- Svizzera, come conferma lo stesso Scaramella nelle sue verbalizzazioni. E, a quanto pare, ha continuato a coltivare la sua passione nel corso degli ultimi tempi. E’ proprio a Londra che prende corpo la connection con Akhmed Zakayev (i due si sarebbero conosciuti tramite l’attrice Vanessa Redgrave), a favore di alcuni fantomatici “gruppi islamici”. Qui si comincia a “trattare” di sostanze radioattive, di traffici, di scambi. E’ a quel punto che - secondo copione - a Livtinenko viene chiesto di abbracciare la fede islamica (verrà sepolto infatti nel cimitero islamico nella periferia londinese).

E’ in quel periodo che, verosimilmente, inizia la sua fattiva collaborazione per la messa a punto della “dirty bomb”. Esiste, però, uno scenario parallelo. Che mette meglio a fuoco alcuni elementi essenziali del puzzle atomico. Secondo alcune fonti investigative, infatti, il “gruppo” Livtinenko - in primis il collega Scaramella - ha lavorato gomito a gomito con un altro gruppo, quello di alcuni ex agenti Cia, come ad esempio Valerie Plame Wilson ed alcune sigle “coperte” come, per fare solo un nome, la “Brewster Jennings & Associates”. «Un link con diverse diramazioni - spiegano a Londra - alcune portano alla mafia russo-israeliana, altre fino ad Al Qaeda». Del resto, è ancora al vaglio degli investigatori americani la conversazione telefonica di un veterano della Forza di Difesa di Israele con un collega che si trovava nel cimitero ebraico del New Jersey, circa l’attacco via cielo alle Twin Towers e, soprattutto, la lezione per gli americani di «imparare cosa sia vivere con il terrorismo». Così raccontano a Washington: «Il veterano israeliano ha comunicato i fatti all’FBI e di seguito è stato contattato dagli agenti speciali dell’ufficio di Newark, nel Jersey, Robyn Gritz e Andrew Stengel». Misteri nei misteri. Servizi contro servizi.

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martedì, 13 febbraio 2007
18:46

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ITALIA SENZA VALORI. ARRIVANO I VOLENTEROSI

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di Andrea Cinquegrani

Bingo bongo, il nostro è proprio il Paese che si trasforma come il pongo. E mentre una finanziaria “tagli e sacrifici” mette quasi sul lastrico la stragrande maggioranza degli italiani, gli altri stanno a contare i soliti milioni facili (di euro). Sono quelli che fanno sempre Bingo, lorsignori.

Bingo per i tangentisti, che a 15 anni esatti dallo scoppio di Mani pulite (ricordate quel 17 febbraio ‘92 quando venne arrestato a Milano lo sconosciuto Mario Chiesa del Pio Albergo Trivulzio?) festeggiano con i tric trac i loro successi. Perché niente è cambiato, le mazzette restano la regola, si sono solo “modernizzate” le modalità, a base di prestanome e, soprattutto, di comode società fiduciarie. L’emblema dello sfascio? Il sempre gongolante Antonio Di Pietro, che aprì quella stagione, improvvisamente ne disertò i campi allora difficili di battaglia, preferendo la comoda poltrona politica, trasformandosi per incanto in amico dei suoi grandi accusati, ‘o ministro Pomicino in prima fila.

Bingo per i trasformisti. E guarda caso riprendiamo proprio da un eletto nelle accoglienti fila dell’Italia dei Valori (sic!), Sergio De Gregorio, che dalla strenua difesa dei camorristi doc della Campania (vedi alla voce clan Nuvoletta) sul finire degli anni ottanta, ora passa al servizio della Patria, dei connazionali all’estero e gronda ogni giorno sudore per la sua Difesa. Adesso gongola, De Gregorio, per il ribaltone al Senato: ma poteva mai non sapere, il superpoliziotto Di Pietro, di che panni vestiva il suo pupillo?

Bingo Italia, ecco la ricetta per risolvere i problemi del Paese decotto. Rullano i tamburi, è pronto a scendere in campo il Partito dei Volenterosi, l’ultima boutade mediatica messa in piedi per buggerare il solito popolo bue (che prima o poi però s’incazza e fa un bel ’68, sarebbe ora). Ma chi sono i portabandiera? A Milano svetta il gonfalone di Paolo Pillitteri, il sindaco-cognato di Craxi. Da Napoli risponde Paolo Cirino Pomicino, che torna ad essere super-presente. O’ Ministro, infatti, è fresco componente della Commissione Antimafia, insieme a mister centomila Alfredo Vito, l’uomo che aveva giurato davanti ai giudici di voler abbandonare per sempre la politica (dopo Tangentopoli). Arieccoli tutti e due, l’andreottiano e il gavianeo doc, a rappresentare gli italiani nella lotta contro mafie e camorre! I dorotei, comunque, sono capaci di mettere a segno un altro colpo. Lo sapete chi è oggi al vertice dell’Antiracket nazionale? Raffaele Lauro, prima portaborse e poi segretario particolare dell’ex ministro delle Poste e degli Interni Gava. Cin cin.

Bingo Berlusconi, che riesce a mettere gli italiani nel sacco per giorni con le sue liti familiari. Incredibile ma vero: tutte le reti televisive, tutti i giornali dietro al reality di Macherio mentre i conti pubblici vanno a rotoli e il paese rischia l’Argentina. Vista la “complicità” di Repubblica con apertura e paginata per poche righe più foto, va in scena l’ennesimo, annunciato Inciucio Maximo? E’ l’anticamera della Grosse Koalition indorata al punto giusto per i soliti scemi?

Bingo Napoli, con il ministro Amato e le sue ricettine al Mulino bianco per contrastare la camorra. Ma sanno lorsignori che il territorio è ormai sotto il tallone della criminalità organizzata? Che i quattro quinti dell’economia sono di stampo camorristico? Che il 90% delle amministrazioni comunali sono colluse o a fortissimo rischio? Che è uno straparlare decennale di monitoraggio sugli appalti e non viene mai mosso un dito? Che le confische restano regolarmente lettera morta? Che la magistratura - a parte rare eccezioni - chiude quasi sempre un occhio se non tutti e due? No, vince la solita cartolina. Tutta Ranieri, D’Alessio e mandolini. Scurdammoce ‘o presente.

martedì, 13 febbraio 2007
18:41

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DAGLI USA L'INQUIETANTE SCENARIO DEL DOPO-SCARAMELLA

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di Andrea Cinquegrani

Dagli Stati Uniti - epicentro Miami - fino alla Russia, via Inghilterra, si dipana la rete degli amici e collaboratori di Mario Scaramella, tutti impegnati in società di “security”. Uomini chiave gli italoamericani Filippo Marino e Louis Palumbo, un ex agente Cia vicino agli affari petroliferi della famiglia Bush; e l’ebreo-russo Leonid Nevtlin, collegato ai misteri di un altro colosso dedito all’oro nero, Yukos. Intanto, si profila un tremendo scenario internazionale, a base di “provocazioni” studiate accuratamente a tavolino, e bomba nucleare: scenario l’Iran, of course.

Scaramella come Totò alle prese con la vendita della fontana di Trevi ad uno straordinario Ugo D’Alessio formato turista italoamericano, complice - come nei più fortunati Scherzi a parte - un Nino Taranto in forma smagliante. Così dipingono il nostro 007 e superconsulente della commissione Mitrokin - oggi ancora agli arresti domiciliari - i media britannici. «In un articolo comparso ai primi di gennaio sull’International Herald Tribune che fa capo al New York Times - commenta un giornalista della Bbc - Scaramella viene descritto come il classico magliaro napoletano che vende Saint Peter’s Square ad uno sprovveduto turista americano. Il classico tentativo di gettare acqua sul fuoco, di minimizzare, mentre in parecchi qui a Londra sanno che Scaramella ha coltivato legami e connection che portano molto lontano. A partire proprio dagli Usa, via Cia». Si spiegherebbe proprio in questo modo la campagna di stampa anglo-statunitense di far passare Mario Scaramella per la classica macchietta napoletana, mezzo guappo e mezzo millantatore. Tanto per non far sapere alcune cose - circa il milieu di Scaramella - che possono dare fastidio a molti. Fino all’inquilino più importante della Casa Bianca. Oggi alle prese (vedi box) con una vera e propria “strategia della tensione” che - secondo qualche analista - potrebbe portare in breve ad una folle catena di “provocazione”, “attentato tipo Torri Gemelle (verosimilmente in Israele) e successiva reazione Usa. Nucleare. Ma torniamo a Scaramella.

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