mercoledì, 03 ottobre 2007
14:43

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NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI

NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI
Ottobre 2007

di Rita Pennarola

Dopo un’estate costellata dagli ennesimi gialli senza soluzione, a cominciare dall’omicidio di Garlasco, portiamo alla luce una tormentata vicenda giudiziaria emblematica di un sistema giustizia in cui, troppo spesso, a definire le sentenze sono discusse e controverse perizie. Ma da questa storia emergono anche ipotesi sconcertanti di “fuoco amico”, in una girandola di stranezze che vedono al centro la Procura di Milano.

Magari scoprire la verità fosse così facile come dimostrare il falso! Lo sapeva bene Marco Tullio Cicerone (autore di questa massima), ma lo imparano ancora oggi, sulla propria pelle, i protagonisti dei casi giudiziari rimasti senza giustizia, o appesi a verità processuali tormentate, lontane anni luce dai fatti e comunque costellate di buchi neri nelle ricostruzioni. Al centro di tutto, loro, i periti nominati dalla magistratura inquirente, nei cui sofisticati laboratori le scene del crimine rivivono mille volte come fiction impazzite, mentre la magistratura affida alla scienza (dagli esami del Dna alle analisi balistiche) l’impossibile mission di offrire certezze assolute.

Una dolorosa vicenda di questi ultimi mesi riporta in primo piano le figure di due big delle perizie balistiche, Pietro Benedetti e Paolo Romanini. Entrambi erano balzati alla ribalta mediatica per la funambolica ricostruzione dello scontro fra sasso e proiettile che, di fatto, provocò l’archiviazione delle indagini sull’assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, a luglio 2001. Benedetti è stato inoltre superconsulente balistico del pm nel mistero - mai risolto - sull’identità degli assassini (e soprattutto dei mandanti) nel caso Ilaria Alpi.

A tirare nuovamente in ballo Romanini e Benedetti è un detenuto condannato all’ergastolo con sentenza definitiva, che proprio alle perizie firmate dai due esperti di grido aveva vanamente affidato le residue speranze di revisione del processo per ristabilire quella che, a suo dire, è ed è sempre stata la verità. Si chiama Sebastiano Mazzeo, ha 50 anni ed un peso corporeo assottigliato di giorno in giorno dal lungo e silenzioso sciopero della fame cominciato a giugno per protestare contro quella che definisce una “congiura architettata per coprire i veri responsabili dell’omicidio”, e che oggi lo vede recluso a vita nel carcere di Opera, vicino Milano. Mentre scriviamo il suo peso è arrivato a 45 chili «ma - fa sapere attraverso i suoi legali - le bevande zuccherate che assumo mi garantiscono piena efficienza al cervello e forza per continuare ancora a lottare». Una vita infelice, la sua, con soli cinque anni di libertà su trenta di reclusione per reati contro il patrimonio. Per fame, come dice lui. E una scuola frequentata sempre dietro le sbarre fino alle soglie della maturità superiore.

Quello che oggi Sebastiano denuncia con esposti dettagliati giunti fino al Consiglio superiore della magistratura è uno scenario di presunte guerre interne alla Procura e alla Questura di Milano. Una ricostruzione che evoca storie vecchie di veleni e potrebbe forse, in futuro, richiedere assunzioni di responsabilità da parte di grossi personaggi. Di certo, in questa storia che riporta alla luce frange della militanza armata di sinistra, vip dell’apparato investigativo e, in qualche modo, lo stesso milieu in cui maturarono le inchieste di Mani pulite, tanti tasselli del mosaico accusatorio non trovano ancora oggi la giusta collocazione.

I FATTI DI VIA IMBONATI

Milano, via Imbonati. La mattina del 14 maggio 1999 nel corso della tentata rapina ad un furgone portavalori scoppia un conflitto a fuoco fra rapinatori e forze dell’ordine. Viene gravemente ferito alla testa l’agente di polizia Vincenzo Raiola, originario di Torre Annunziata, in servizio su una delle volanti intervenute sul posto. Ricoverato all’ospedale Niguarda, il giovane viene sottoposto ad una tac per localizzare il proiettile nel cranio e poi ad un delicato intervento chirurgico. Morirà poche ore dopo. Scattano frenetiche indagini coordinate dalla Procura di Milano - retta all’epoca da Francesco Saverio Borrelli - e dai vertici della Questura (ministro dell’Interno era l’attuale sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, premier Massimo D’Alema). Si cercano i membri del commando che ha dato l’assalto al furgone della Sefi ma le ricerche non portano, almeno all’inizio, ad alcun risultato. Il 25 luglio, oltre due mesi dopo, per quell’omicidio vengono arrestati nel corso di un blitz, fra gli altri, Sebastiano Mazzeo e Francesco Gorla, all’epoca 38 anni, un passato nelle falangi armate di Prima Linea ed un presente, secondo le cronache dell’epoca, fatto di sanguinarie rapine. Con Gorla viene tratta in arresto per favoreggiamento la sua compagna Rita Anna Sanvittore, assessore all’ambiente del comune di Cusano Milanino. La pista investigativa, insomma, è orientata sulla “conversione” del gruppo dai reati di stampo terroristico alla criminalità comune.

Ad incastrare Gorla e Mazzeo - spiegano gli inquirenti - è la conversazione fra due pregiudicati, da tempo sottoposti dalla questura milanese ad intercettazioni ambientali e telefoniche. Dopo aver appreso dai mezzi d’informazione della rapina di via Imbonati, i due avanzano fra loro ipotesi sui possibili artefici: tal «Francesco», o «Sebastiano», «Fabio», «Nicola»... . Quello scambio di battute resterà il cardine intorno al quale ruoterà, in tre gradi di giudizio, l’accusa che oggi vede Gorla e Mazzeo condannati al carcere a vita per l’omicidio Raiola.

Ed è da qui in poi che, nel lungo e complesso iter processuale, cominciano le stranezze. Tante. «Non volevo crederci prima di assumere questo caso - dice ad esempio l’avvocato Sauro Poli di Firenze, che ha recentemente assunto la difesa di Gorla - poi me ne sono reso conto. Per fare un solo esempio: quanto sarebbe stato importante avere a disposizione la Volante su cui viaggiavano Raiola e gli altri due poliziotti per le rilevazioni balistiche? Eppure si scoprì che poco tempo dopo i fatti l’auto era stata rottamata e tutte le perizie sono state eseguite quindi solo basandosi su foto».

TUTTO IN UNA TAC

I due pregiudicati Francesco Gorla - che in quel periodo frequenta con Rita Anna locali new age del centro di Milano - e Sebastiano Mazzeo, in quegli anni titolare di una lavanderia insieme alla sua compagna, fin dal momento dell’arresto si proclamano innocenti ed affermano di non aver mai preso parte a quella rapina di via Imbonati. Sebastiano, in particolare, non si dà pace: attraverso il suo avvocato Gianclemente Benenti, nel corso del processo chiede più volte al pubblico ministero Lucilla Tontodonati, titolare dell’accusa, che venga acquisita la tac preoperatoria cui era stato sottoposto Raiola. Perchè nel frattempo di stranezze ne è maturata un’altra, ancor più clamorosa: del proiettile estratto dal cranio dell’agente ferito a morte non si riesce a trovare traccia, benchè nella relazione post operatoria del Niguarda si leggesse che era stato rimosso e consegnato, come di prassi, agli agenti della questura milanese.

Il proiettile salta fuori a dibattimento chiuso nel giudizio di primo grado: viene esibito dal pm Tontodonati il 2 luglio 2002, a tre anni dai fatti: risulterà essere un’ogiva di kalashnikov, l’arma usata dai rapinatori in via Imbonati. Lo stesso giorno la Corte d’Assise presieduta da Luigi Martino emette la sentenza di condanna.

La comparsa sulla scena del proiettile riaccende però le richieste pressanti avanzate dalle difese (per la compagna di Gorla era sceso in campo Giuliano Pisapia) perchè fosse acquisita la Tac preoperatoria di Raiola. La richiesta risulta disattesa anche nel giudizio di secondo grado, che si celebra dinanzi alla terza corte d’Assise appello. Stavolta però ad ottenere copia dell’importante indagine diagnostica è la difesa di Mazzeo. L’avvocato Benenti affida a due esperti di chiara fama - prima l’anatomopatologo Carlo Montaperto dell’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, poi il neuroradiologo Luca Vavassori del Niguarda - il compito di valutare la compatibilità fra il proiettile che la Tac mostra conficcato nel cranio dell’agente di polizia e quello esibito in aula. Senza appello il risultato. Montaperto scrive: «il confronto fra le misure porta alla conclusione che i due oggetti sono dimensionalmente incompatibili (...). Si tratta quindi di due oggetti diversi».

Tutto questo non impedisce alla Corte d’Assise appello di pronunciare la seconda condanna all’ergastolo per Gorla e Mazzeo, che sarà poi confermata in Cassazione (presidente di sezione il giudice Mario Sossi) il 25 maggio del 2004. «Quando abbiamo prodotto dinanzi alla suprema corte i risultati della perizia Montaperto - ricorda l’avvocato Benenti - era ormai impossibile scendere nuovamente nel merito dei fatti e verificare quella che doveva essere l’unica, autentica prova di tutto il processo: il confronto fra il proiettile portato in aula e la Tac dell’agente Raiola». Perchè a risultare sul piano morfologico e dimensionale compatibile al millimetro con la Tac non era quell’ogiva di kalashnikov. Ma un qualsiasi proiettile parabellum in dotazione a pistole e mitragliette M12 delle forze di polizia.

Il povero Vincenzo Raiola - questo il sospetto che avanza Mazzeo nella pioggia di atti giudiziari tesi alla revisione del processo - sarebbe allora stato trafitto per sbaglio da “fuoco amico”, dal colpo sparato in direzione dei banditi da uno dei poliziotti intervenuti sul posto. Così - sempre stando a questa ipotesi, fatta propria anche da Gorla - si spiegherebbero le tante falle nella ricostruzione dei fatti, dalla scomparsa per tre anni del “corpo del reato”, il proiettile, alla precipitosa rottamazione dell’auto, fino alle palesi contraddizioni emerse fra le due consulenze balistiche. La prima era stata affidata dal pm Tontodonati a Pietro Benedetti nel novembre 2004 proprio per comparare la compatibilità fra la tac e il proiettile esibito in aula. Le conclusioni di Benedetti portarono il pm a parlare di «assoluta infondatezza di quanto teorizzato nell’atto di denuncia di Mazzeo Sebastiano». La pietra tombale è però firmata da Paolo Romanini, cui il pubblico ministero dovette affidare una nuova perizia di confronto, dopo che era emersa l’assenza del previsto contraddittorio con i consulenti di parte e con gli avvocati durante la prima perizia. Pur smentendo in parte il metodo adottato dal collega, anche Romanini lascia sostanzialmente spazio ad interpretazioni dubbie circa la misura del proiettile.

E’ stato il gip Paolo Ielo, ex pm di Mani pulite, a disporre sugli esposti di Mazzeo l’ultima archiviazione in ordine di tempo.

QUESTIONE DI METRI

Periti balistici di fama internazionale, tanto Benedetti quanto Romanini sembrano non aver tenuto conto di un particolare tutt’altro che trascurabile. «Un proiettile di kalashnikov - spiega alla Voce l’avvocato Poli - risulta micidiale nel raggio di ben 500 metri. In questo caso, invece, la distanza fra la Volante e l’auto dei rapinatori era assai ridotta. Lo sappiamo con certezza perchè esiste agli atti il rapporto di servizio reso nell’immediatezza dei fatti da Mauro Ceffalia, il poliziotto che, con l’autista Denis Sartor e con Raiola, componeva la pattuglia accorsa sul posto».

Ceffalia dichiara che la distanza fra l’auto della polizia e l’Audi station wagon dei banditi era di circa 10 metri. Aggiunge che nel conflitto a fuoco rimase colpito ad un piede, quindi continuò a sparare in direzione dei malviventi dall’interno dell’auto in posizione leggermente distesa ed utilizzando la mitraglietta M12 in dotazione. Quella, appunto, caricata con proiettili di tipo parabellum. Ceffalia non sarà mai chiamato a testimoniare in aula durante l’intero processo. Nell’unica udienza in cui viene fatto il suo nome, il pm ne ricorda il trasferimento a Roma, aggiungendo che l’agente risulta ancora provato da quella vicenda.

FUOCHI AMICI

Cosa accadde realmente in questura, a Milano, quando fu esaminato il proiettile estratto dal cranio di Raiola? Gorla e Mazzeo attribuiscono la sparizione di quel decisivo reperto alla preoccupazione di scongiurare ad ogni costo il fiume di polemiche e provvedimenti che sarebbero scaturiti dalle rivelazioni sul “fuoco amico”: un colpo di un collega che per sbaglio avrebbe ferito mortalmente il giovane agente della Polstato. In seguito il proiettile originale sarebbe stato sostituito con l’ogiva di kalashnikov esibita tre anni dopo al processo. «Si tratta - osserva subito Gianclemente Benenti - di supposizioni che noi avvocati non possiamo avvalorare nè confermare. Restano però le irregolarità procedurali e le clamorose incongruenze, a cominciare proprio dalle perizie».

E restano i mille, inquietanti interrogativi che, al di là di questa specifica vicenda, investono una certa parte del sistema investigativo e giudiziario nel nostro Paese, appiattito su pentiti & periti, anche in presenza di elementi palesemente in contrasto fra loro. Resta l’ormai incontenibile rabbia che ci coglie ogni volta che sentiamo parlare di “fuoco amico”, quasi sempre con relativi depistaggi: dal barbaro assassinio di Nicola Calipari dopo la liberazione di Giuliana Sgrena (che ha ricostruito l’agghiacciante sequenza in un libro intitolato proprio “Fuoco amico”), alla tragica sorte di alcuni fra i militari italiani caduti a Nassirija come il caporal maggiore Emanuele Ferraro, ucciso - secondo le rivelazioni di Rai news 24 - dal “fuoco amico” di un deposito italiano di munizioni esploso subito dopo l’autobomba.

 

DA VIA IMBONATI A SOFFIANTINI

Ma, soprattutto, esaminando l’iter giudiziario per i fatti di via Imbonati così come viene ricostruito dalle difese, torna alla mente quanto è accaduto per l’omicidio dell’ispettore dei Nocs Samuele Donatoni avvenuto il 17 ottobre 1997 nell’ambito di un conflitto a fuoco con i rapitori dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Ci sono voluti otto anni per accertare che Donatoni, contrariamento a quanto affermato dalla prima perizia, è stato colpito dal fuoco amico. Lo ha stabilito nel 2005 il nuovo collegio di periti (Gerardo Capanesi, Antonio D’Arienzo e Stefano Moriani) nominati dal collegio presieduto da Mario Almerighi nell’ambito del processo a Giovanni Farina, già condannato a 28 anni e sei mesi di carcere per il sequestro, e poi a giudizio per concorso nell’omicidio dell’ispettore. Smentita dunque la precedente versione balistica secondo la quale l’ispettore dei Nocs sarebbe stato ucciso da un colpo di kalashnikov sparato da Mario Moro, uno dei rapitori di Soffiantini. «Nessun commento - si legge su Repubblica del 22 giugno 2005 - da parte dei pubblico ministero Franco Ionta, il quale si è riservato di leggere la perizia e di rivolgere domande ai tre esperti nel corso della prossima udienza».

Nel 2006 la quarta Corte d’Assise d’Appello ha inviato gli atti processuali alla procura della repubblica di Roma perché valuti se aprire un’inchiesta «sui depistaggi, sulle gravi omissioni, sugli inquinamenti probatori e sulle false dichiarazioni testimoniali rese nell’ambito del processo per l’omicidio dell’agente dei Nocs». «L’ufficio requirente - sottolinea il giudice - dovrà certamente occuparsi anche delle gravi violazioni di legge poste in essere da Paola Montagna con la assai verosimile copertura del suo superiore gerarchico Alfonso D’Alfonso (entrambi sono esponenti dei nocs, ndr), che le consentirono di far sparire senza possibilità di alcun controllo processuale reperti importantissimi ai fini della ricostruzione dei fatti». A chi era stata affidata la prima perizia, quella che aveva “inchiodato” i banditi? Il pubblico ministero Ielo aveva ordinato rilievi di natura balistica a Pietro Benedetti (altro nome che torna). Ma c’è di più. Benedetti insieme al collega Carlo Torre aveva testimoniato davanti alla corte di assise di Roma che ad uccidere l’ispettore dei Nocs era stato un proiettile sparato da uno dei componenti della banda. «Nel corso delle indagini i due esperti - scrive l’Ansa - Carlo Torre e Pietro Benedetti, furono incaricati dal pm Franco Ionta di fugare le illazioni fatte da più parti circa la possibilità che Donatoni potesse essere stato colpito dal “fuoco amico’’, cioè da un proiettile sparato accidentalmente da un poliziotto. I due consulenti, esaminato il cadavere ed i reperti, accertarono, e oggi lo hanno ribadito in aula, che ad uccidere l’ispettore dei Nocs a Riofreddo la sera del 17 ottobre 1997 fu un proiettile calibro 7 e 62 sparato da un kalashnikov (arma non in dotazione alle forze dell’ ordine) abbandonato sul luogo della sparatoria dai banditi». Ma guarda un po’.

 

 

BENEDETTI PERITI

 

Pietro Benedetti, perito industriale, l’esperto che ha eseguito la prima perizia sul proiettile prodotto in aula durante il processo per i fatti di via Imbonati, a Milano, è STATO capo del balipedio del Banco nazionale di prova (L’ente nazionale di certificazione delle armi) di Gardone Val Trompia. Una carriera, la sua, costellata di consulenze su casi eccellenti, al punto che nel ricordarla si ripercorrono in ordine cronologico interi pezzi di storia italiana. Pillola Rossa, il gruppo di lavoro che ha minuziosamente ricostruito fatti e protagonisti degli scontri al G8 di Genova culminati nell’assassinio di Carlo Giuliani, propone tappa dopo tappa il curriculum del perito Benedetti. Nel 1981 partecipa all’istruttoria sulla colonna romana delle Brigate Rosse, nell’84 alle indagini sull’omicidio Pecorelli e sulla banda della Magliana. Nell’88 si occupa degli omicidi Tarantelli, Ruffilli e Conti. Arrivano gli anni novanta e troviamo Benedetti fra i consulenti per casi come quelli del “mostro” Pacciani, poi ancora Uno bianca (per i tre carabinieri massacrati al Pilastro), quindi Sismi (colonnello Federico Mannucci Benincasa), ancora Pecorelli-Magliana nel ’96 e, nel 1999, il caso Ilaria Alpi, quando insieme a Carlo Torre riceve l’incarico di accertare il calibro del proiettile che si era conficcato nel collo della giornalista. Fino al 2000, con l’omicidio di Samuele Donatoni durante un’operazione organizzata per liberare Giuseppe Soffiantini (vedi pagina 10) e al 2001, quando il pm di Genova Silvio Franz chiama Pietro Benedetti, lo specialista d’immagini Nello Balossino e Paolo Romanini a stabilire l’esatta dinamica dei fatti costati la vita a Carlo Giuliani.

Classe 1954, nato e residente a Parma (quartier generale del Ris dei Carabinieri, con cui ha più volte collaborato), Paolo Romanini prima di assumere l’incarico dal pubblico ministero genovese Franz si era già espresso sulla rivista di “cultura armiera” che dirige, Tac Armi, sui fatti di piazza Alimonda, scagionando sostanzialmente in poche battute i militari, costretti a difendersi dall’ “assalto” dei manifestanti. Un particolare che venne fuori solo dopo la perizia nella quale Romanini, Benedetti e Balossino sentenziarono che il proiettile sparato verso l’alto dal carabiniere Mario Placanica era stato deviato da un calcinaccio fin dentro la testa di Carlo.

Oggi Romanini, che continua ad effettuare consulenze per numerose Procure nei casi più delicati, si dedica contemporaneamente a due società. La prima è Editrice Leone, sede a Milano nella centralissima piazza San Babila, che pubblica fra l’altro Tac Armi e che lo vede impegnato in veste di consigliere. Il pacchetto della società (50 mila euro) è nelle mani del manager di simpatie Lega Nord Carlo Rinaldini, sia a titolo personale, sia attraverso la sua corazzata Iprei (Italiana Programmi e Investimenti) da oltre 7 milioni di euro in dote, rilevata da Salvatore Ligresti. In tempi recenti Rinaldini è passato alle cronache per le turbolente vicende societarie della Richard Ginori, che aveva rilevato, e soprattutto come commissario straordinario di Volare, la compagnia aerea finita in crac.

Quanto a Romanini, dal 2004 è socio accomandante nella SSB di Fontanellato (Parma), dedita a «sperimentazioni balistiche, valutazioni balistiche interne, esterne e terminali, riprese ultrarapide, misurazioni in generale e comparazioni miscoscopiche, noleggio delle attrezzature utilizzate a terzi». Insieme a lui, nella società, il trentacinquenne Domenico Romanini e la bresciana Zemira Gagliandi, 49 anni, socio accomandatario.

 

 

 

DALLE ALPI A NOMISMA

Dalla Procura di Milano al vertice dell’ufficio indagini di Federcalcio, con uno sguardo alle sorti della corazzata che gestisce sciovie, funivie e ristoranti nell’amata Courmayeur. Ecco passioni ed interessi, oggi, del “pensionato” Francesco Saverio Borrelli.

Le indagini per i fatti di via Imbonati prendono il via in un momento particolarmente delicato per la Procura di Milano: in quel periodo, infatti, lo storico capo del pool di Mani Pulite Francesco Saverio Borrelli è alla vigilia del trasferimento al vertice della Corte d’Appello. Intanto alla Questura, mobilitata per trovare una spiegazione alla morte del suo giovane agente scelto Vincenzo Raiola ferito a morte durante la rapina, comincia a farsi notare per l’attivismo investigativo il vicequestore aggiunto Maria Josè Falcicchia, poco più di trent’anni, origini pugliesi.

Il tandem di inquirenti composto dal leggendario artefice del “resistere, resistere, resistere” e dalla brillante poliziotta si ricostituirà parecchi anni dopo, a maggio 2006, quando Borrelli sarà chiamato da Guido Rossi a guidare il pool investigativo della Federcalcio e sceglierà come suo braccio destro proprio il vicequestore Falcicchia. A settembre dello stesso anno arrivano le dimissioni-lampo di Borrelli e del suo team, poi rientrate per il capo ma non per Falcicchia, tornata in servizio alla Questura del capoluogo lombardo.

Oltre che di indagini all’interno di Federcalcio, il “pensionato” Francesco Saverio Borrelli si occupa - probabilmente - anche delle sorti di una importante società con sede in Valle d’Aosta. L’ex procuratore capo di Milano detiene infatti una quota del pacchetto azionario di Courmayeur Mont Blanc Funivie, spa da 7 milioni e ottocentomila euro nel capitale sociale che gestisce le principali sciovie e funivie dell’importante località turistica, compresi hotel, bar e ristoranti della zona. Amministrata dal quarantasettenne Nicolino Perretta residente ad Annecy, in Francia, la società vede come azionisti di maggioranza l’immobiliare Api Real Estate e la finanziaria Finref. Quest’ultima è in prima fila fra gli azionisti di Nomisma, la creatura economica di Romano Prodi.

Più articolata l’epopea di Api Real Estate, immobiliare da 750 mila euro in dote che rientra nella galassia API, vale a dire uno fra i più potenti gruppi petroliferi privati in Europa. AD della Api Real Estate è il rampollo di famiglia Ugo Maria Brachetti Peretti, nelle vene sangue di antica nobiltà fuso alla mai sopita vocazione per il business. Per anni scapolo d’oro dello star system internazionale, Ugo Maria è convolato a nozze nel 2005 con la leggiadra Isabella Borromeo, sorella di quella Lavinia Borromeo andata sposa, quasi contemporaneamente, con l’erede della famiglia Agnelli John Elkann.

Una favola che sta facendo sognare sulle pagine dei rotocalchi rosa intere generazioni di fanciulle in fiore. A guastare l’armonia irrompe però di tanto in tanto la vibrata protesta dei comitati civici per l’ambiente di Falconara Marittima, nelle Marche, quartier generale delle raffinerie API.

I disastri più recenti risalgono a fine luglio. «Con l’ennesimo spiaggiamento di idrocarburi versato in mare da una condotta dell’API - si legge in un duro comunicato dei comitati cittadini capitanati da Loris Calcina - abbiamo assistito ad altre scene da anni ’60: bambini e bagnanti uscire dall’acqua imbrattati di idrocarburi e "trattati" con benzina prima della doccia. Se rispetto a 47 anni fa la tecnologia ed i sistemi operativi e gestionali della sicurezza hanno fatto passi da gigante, le autorità e gli Enti locali dovrebbero chiedersi se per la raffineria API occorreranno altri 47 anni per raggiungere standard di sicurezza adeguati. Intanto, però, tutti devono dichiarare fallita la politica di credito concessa all’API».

 

venerdì, 31 agosto 2007
09:44

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LA VOCE NEL MIRINO DEI SERVIZI

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di Andrea Cinquegrani & Rita Pennarola
Dal 2001 la Voce della Campania , i suoi redattori ed opinionisti sarebbero stati oggetto di costante attenzione e dossieraggio da parte del Sismi di Pio Pompa. Ripercorriamo alcune delle inchieste che potrebbero, in questi anni, aver messo in allarme qualcuno molto “in alto”, compreso qualche episodio che, alla luce di quanto emerge oggi, assume un significato inquietante.

Ci siamo scoperti “supercomplottisti” - ma, soprattutto - super spiati, giovedì 5 luglio, ore 7 e 30. Un collega romano ci butta giù dal letto con un “avete visto chi siete!” e poi un colorito “... eravate voi, allora...”. E’ il day after la bufera al Csm, con i dossier del Sismi-Sismi sotto i riflettori, e non parto della sua fazione deviata. Nicolò Pollari, Pio Pompa, tutti e due a dossierare? Leggiamo di noi nel minuzioso resoconto di Repubblica. Dopo il titolo a tutta pagina, “Quei giuristi militanti e il circo mediatico delegittimano il premier”, ecco il sottotitolo, “Una Voce da spegnere. Un inglese da spiare”. Poi il testo. «Appunto per il direttore - Gennaio 2003: Attacchi contro il presidente del Consiglio alla vigilia del semestre italiano di presidenza Ue. Si è avuta notizia che, sui recenti attacchi portati da alcune testate giornalistiche, avrebbero essenzialmente interagito: il nutrito gruppo di giornalisti e “giuristi militanti” raccolto intorno alla “Voce della Campania” diretta da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola; Michele Santoro (ma lo saprà mister Pompa che ha diretto la Voce per un un intero anno, il 1979?); Giuseppe Giulietti, Paolo Serventi Longhi; Ignazio Patrone; Sandro Ruotolo e Giulietto Chiesa; il presidente della stampa estera in Italia Eric Jozsef, corrispondente del giornale francese “Liberation”». Non è certo finita qui. «Quanto poi - scrive lo 007 del Sismi - al ruolo mediatico esercitato dalla “Voce della Campania” esso risulterebbe caratterizzato dalle forti connessioni stabilite con ambienti dei cosiddetti “giuristi militanti”, dal rappresentare una delle principali componenti del complesso circuito telematico facente congiuntamente capo ai siti “Centomovimenti” e “Manipulite.it” che alimenta il processo di delegittimazione del premier. Prestigiorsi opinionisti (sic) hanno scritto negli ultimi anni per la “Voce”. Tra questi “Percy Allum”, cittadino inglese il cui nome sarebbe Anthony Peter Allum che, oltre ad essere punto di riferimento di alcuni corrispondenti come quelli del Guardian, dell’Economist e del Financial Times, godrebbe di solidi legami (in ciò agevolato dall’essere docente presso l’Orientale di Napoli) con ambienti del fondamentalismo islamico, fungendo anche da collegamento con quelli attivi in Gran Bretagna». Il tutto, rigorosamente illustrato e corredato da grafici, come quello che vede in prima linea, oltre alla Voce e a Centomovimenti, altre sigle “sovversive” quali “Democrazia e Legalità”, “Communitas 2002”, “Società Civile”, “Opposizione Civile”, “Osservatorio sulla Legalità”, “Information Guerrilla”, “Nuovi Mondi Media”, “www.resistere. it”.

L'articolo continua sul sito www.lavocedellacampania.it

martedì, 15 maggio 2007
21:59

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BNL E MISTERI - I PRIMI DELLA CLASS

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di Rita Pennarola

Parte in questi giorni la class action promossa negli Stati Uniti per ottenere i risarcimenti connessi al crack Parmalat. E si scopre che mentre la casa di Collecchio si chiama fuori, una sola banca italiana è già pronta a patteggiare per 25 milioni di dollari: la BNL, con una storia carica di misteri che cominciano proprio oltreoceano.

Lacrime e sangue. Quasi un anno, da fine 2006 a metà 2007, segnato dall’emorragia di milioni (in euro e anche in dollari) per chiudere le pendenze connesse al bubbone Parmalat. Stiamo parlando della Banca Nazionale del Lavoro che pure, nei mesi successivi al crack targato Tanzi, del gruppo di Collecchio risultava uno fra i principali creditori. Come se non fossero bastati i 112 milioni versati a fine dicembre (frutto delle azioni giudiziarie intraprese contro le banche dal risanatore Enrico Bondi), oggi arriva l’annuncio che l’istituto capitanato da Luigi Abete è pronto a rimborsare altri 25 milioni (stavolta in dollari) all’agguerrito pool costituitosi in giudizio dinanzi al Tribunale distrettuale di New York. Proprio nelle ultime settimane sui quotidiani sono apparsi in tutta evidenza i primi avvisi per chiamare a raccolta i risparmiatori italiani beffati. E’ partito infatti lo scorso 22 marzo il programma multinazionale di informazione - rivolto a investitori di tutto il mondo che abbiano acquistato azioni ordinarie o obbligazioni Parmalat dal 5 gennaio ‘99 al 18 dicembre 2003 - sull’accordo parziale da 50 milioni di dollari che la Nazionale del Lavoro e Credit Suisse, chiamate come convenuti nella class action, si sono dichiarate già disposte a sottoscrivere.

A qualcuno tutto questo suona come un’implicita ammissione di colpa, benchè si legga nell’atto giudiziarrio che «i convenuti patteggianti negano di aver violato alcuna legge o di essere coinvolti in alcuna condotta illecita e concluderanno questo Accordo per evitare i gravami e le spese di un ulteriore contenzioso». Resta il fatto che secondo lo schema accusatorio numerosi istituti di credito avrebbero preso parte, insieme al colosso agroalimentare, ad un impianto finanziario fraudolento, consistito nel fornire una stima inferiore di circa 10 miliardi di dollari dell’indebitamento di Parmalat e in una sopravvalutazione di oltre 16 miliardi del patrimonio netto, con il conseguente crollo dei titoli all’indomani del fallimento. Ma mentre le due banche vengono subito a patti, il maggiore imputato non ci sta: lo scorso 30 marzo in un comunicato ufficiale l’azienda parmense informa di «essere estranea all’accordo parziale per circa 50 milioni di dollari intervenuto tra la Banca Nazionale del Lavoro e Crédit Suisse Group e gli investitori che hanno promosso l’azione collettiva in Usa, la quale peraltro non è stata ancora confermata dal tribunale statunitense». L’udienza che si terrà al tribunale di New York il 19 luglio prossimo dovrà stabilire se approvare o meno l’accordo con Bnl e Crédit Suisse, ma in qualsiasi caso - avvertono i promotori della class - continueranno tutte le azioni di recupero contro Parmalat.

CREDITORI? NO, DEBITORI

Un anno nero per la Bnl e soprattutto per la controllata Ifitalia: nel 2006 arriva l’ora del redde rationem riguardo a quel fiume di accuse lanciato da Calisto Tanzi (e in seguito da altri suoi stretti collaboratori) fin dal maggio 2004. Rispondendo alle domande dei pm milanesi Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino, che gli contestavano il reato di truffa aggravata e continuata in concorso con manager di Ifitalia «relativamente al factoring posto in essere dalla società Contal (del gruppo Parmalat, ndr) in amministrazione straordinaria e un gruppo di istituti di factoring (guidato da Ifitalia, ndr) per un finanziamento di 113 milioni di euro», l’ex presidente di Parmalat ammise che «quello con Ifitalia era un rapporto di mero finanziamento seppur mascherato da un apparente contratto di factoring», aggiungendo che «in diverse occasioni, mi sembra due o tre volte, Gorreri e Tonna mi chiesero di intervenire, anche nel 2002, su Sciumé perché erano sorti dei problemi nei rapporti con Ifitalia. In particolare - ha continuato - mi venne detto che Ifitalia voleva rientrare dal finanziamento. Fu per questo che dovetti chiamare Sciumé e chiedergli di intervenire per continuare nel rapporto». Leader di Comunione e Liberazione, ex dirigente della berlusconiana Mediolanum, Paolo Sciumè rappresentava dunque la potente organizzazione religiosa più volte sponsorizzata a suon di milioni da Tanzi, soprattutto in occasione dei meeting a Rimini. Un feeling tra fede & affari poi suggellato dalla proposta fatta a Sciumè («su richiesta di quest’ultimo», precisa Tanzi) di entrare nell’organigramma di Parmalat Finanziaria.

Leggi tutto l'articolo sul sito de  "La voce della campania"

mercoledì, 14 marzo 2007
22:15

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UN NUOVO GIORNALE PER LE NOSTRE VOCI : ARRIVANO LE VOCI

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Una primavera di libera informazione arriva da oggi per tutti gli italiani che, sempre più numerosi, scelgono forme composite di auto-organizzazione. Articolati anche gli obiettivi: difesa dei diritti negati, forme diverse di lotta ai poteri forti e alle mafie, resistenza ad istituzioni politiche sempre più autoreferenziali, sostegno alla memoria storica collettiva, formazione di gruppi solidali come contrasto allo scivolamento del Paese verso nuove povertà. Non solo, dunque, sigle legate al mondo del consumo consapevole o del volontariato, ma una galassia variegata di soggetti auto-organizzati che va via via trasformandosi in un soggetto sociale forte e strutturato, al punto che lo intravediamo già all’orizzonte come protagonista diatettico nelle prossime vicende politiche del Paese, se riuscirà a trovare forme significative di coordinamento.

 

Affinché questa moltitudine di soggetti, pronti a combattere in tutte le possibili forme democratiche per arginare il degrado politico e l’arretramento dei diritti, possa diventare una vera “massa critica”, capace di far sentire forte la sua voce, nasce oggi un giornale interamente dedicato a diffondere, coniugare e promuovere le istanze di fondo che animano gruppi, movimenti, associazioni e, come già spesso accade, anche le super-associazioni. Una vivacità finora limitata alle praterie del web, che trova ora in Voci un canale d’informazione capace di raggiungere anche quei tre quarti degli italiani tuttora di fatto esclusi dalla comunicazione via internet, ma non per questo meno desiderosi di mettersi in gioco.

Buon lavoro a tutti noi.

Rita Pennarola

Ecco alcune fra le zone di ROMA e di MILANO dove potere trovare LA VOCE di marzo dal 14 marzo: 

MILANO - Librerie Rizzoli (corso Vittorio Emanuele) - Piazza Bertarelli - Piazza Fontana - Piazza Meda – via California - Largo Cairoli - Piazza Morselli - Foro Bonaparte - Via San Giovanni - Piazzale Stazione Genova - Via Verdi - Via Orefici - Piazza Duomo - Corso Venezia - Piazza S. Stefano - Via Beltrame – Via Cantù – Via Bocconi – Via Ripamonti - Corso Buenos Aires – P.le Cadorna - Via Carducci – Via Brera – P.le Loreto – P.tta Bossi - Corso Sempione.

ROMA - Via Cavour - Via Nazionale - Via del Vicinale - Via Solferino - Via XX Settembre - Via S. Susanna - Piazza Venezia - Via del Corso – Piazza Colonna – Via Colonna Antonina – Piazza S. Lorenzo in Lucina - Largo Torre Argentina - Piazza del Gesù – Piazza Campo dei Fiori - Piazza S. Eustachio - Piazza Capranica - Piazza Pantheon - Piazza S. Maria in Trastevere – Piazza Trilussa - Via Veneto - Via del Tritone - Largo Chigi – Piazza di Spagna - Piazza Martiri di Belfiore - Piazza Euclide - Largo Goldoni – Piazza Fontanella Borghese – Piazza S. Silvestro - Piazza dell’Unità – Piazza Risorgimento – Via Fani – Via Cortina d’Ampezzo – Via Fani – Via Po – Via Tagliamento – Via San Pio X – Via Villa San Filippo – Via Veneto - NELLE EDICOLE DELLA STAZIONE TERMINI.

mercoledì, 14 marzo 2007
22:09

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LA PROCURA DI ROMA INDAGA SU UNA SOCIETA' DEL MINISTRO DI PIETRO - IL BELL'ANTOCRI

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di Rita Pennarola

Un ex fondatore dell’Italia dei Valori spara a zero su Antonio Di Pietro. Del j’accuse, tuttora al vaglio della Procura di Roma, è stato informato in un incontro riservato anche il capo dello Stato. Vediamo i passaggi roventi dell’esposto, che accende i riflettori sul “socio unico” del partito e sulla creatura societaria del ministro, l’immobiliare di famiglia Antocri.

Pesce d’aprile. Nasce nel giorno più burlone dell’anno - parliamo del 2003 - la vispa Antocri, acronimo prescelto da papà Antonio Di Pietro per ricordare, fin dal nome della srl, i suoi tre figli Anna, Toto e Cristiano. Occhio. Perchè il 2003 è anche l’anno in cui cominciano a maturare, nelle casse di Italia dei Valori, le consistenti provvidenze relative al finanziamento pubblico dei partiti, prudentemente rinominate - dopo la clamorosa bocciatura ad opera degli italiani nel referendum del 1993 - rimborso delle spese elettorali. E il partito dell’ex pm di mani pulite nel 2003 è da poco entrato nell’albo d’oro delle compagini che ricevono quelle provvidenze da milioni di euro nelle loro casse. La legge - la numero 157 del giugno ‘99 - prevede infatti che per ottenere il “rimborso” delle spese sostenute in campagna elettorale (qui si parla delle politiche 2001) l’unica condizione sia di aver raggiunto almeno l’1 per cento delle preferenze. Ci siamo.

I rubinetti del finanziamento pubblico sull’Associazione Italia dei Valori - fondata da oltre 300 ardimentosi militanti il 26 settembre del 2000 a Roma, dinanzi al notaio Bruno Cesarini - si aprono per la prima volta a fine 2001, quando arriva il primo mezzo miliardo e passa di vecchie lire. Le somma rappresenta il 40 per cento del “rimborso” complessivo spettante all’associazione-partito per la partecipazione a diverse tornate elettorali, tutte tenutesi in quell’anno: non solo le politiche, ma anche le regionali in Sicilia e quelle del Molise. Nel 2002 arriva l’integrazione: quasi due milioni di euro, cui se ne aggiungono altri 200 mila circa per le elezioni relative al Senato. Qui, una piccola curiosità: alle Politiche 2001 il partito-associazione di Di Pietro elegge un solo senatore, il bergamasco Valerio Carrara. Nemmeno il tempo di accomodarsi a Palazzo Madama, e il Carrara passa nelle fila di Forza Italia. Quando si dice soldi ben spesi...

Ma andiamo avanti. Perchè siamo arrivati al fatidico 2003. Con le casse del partito già rimpinguate dai precedenti “rimborsi elettorali”, più quelli riferiti all’anno in corso (altri 2 milioni e mezzo circa di euro), a novembre il valoroso partito cambia sede. Dalla modesta location di Busto Arsizio in via Milano 14 alla centralissima via Casati 1 di Milano: un appartamento di nove vani al quinto piano, dove Italia dei Valori può finalmente avere una sede adeguata alle sue ambizioni. Il contratto d’affitto? Non è un problema. Perchè proprietaria dell’immobile è proprio Antocri, di cui papà Di Pietro risulta socio unico. «Dopo lunga discussione fra il proprietario Di Pietro e l’inquilino Di Pietro - si leggerà magari nel verbale - si è convenuto un canone mensile pari ad euro 2.800». La cifra non è di fantasia: risulta infatti dichiarata nei bilanci della srl, costituita con l’unico fine di gestire gli immobili. D’accordissimo anche l’inquilino. Perchè nel frattempo, con un’ardita manovra interna, lo statuto dell’associazione è stato modificato: risultano svaniti sia i 300 sostenitori-fondatori sia gli altri organismi di vertice. Diciamolo chiaro: Italia dei Valori si è trasformata in un partito con un unico socio. Antonio Di Pietro.

Si dice dalle parti di Montenero di Bisaccia (e giù giù nel profondo sud) che ‘a cummannà è meglio ca’ fottere. L’antica saggezza popolare calza a pennello sulle due creature dipietriste, Antocri e il partito-associazione, entrambe con socio unico plenipotenziario. Lui.

La storia si ripete. Passa un anno e un nuovo gioiello entra a far parte del patrimonio di Antocri: si tratta dell’appartamento da 10 vani al quinto piano di via Principe Eugenio 31, nella capitale. Guarda caso, proprio in quel periodo del 2004 Italia dei Valori cerca casa a Roma. Proprietario (Di Pietro) e inquilino (sempre lui) si mettono d’accordo sull’affitto e così, previa trasformazione della destinazione d’uso dell’immobile, il partito dei moralizzatori ha una sede confacente anche a Roma. Particolari sui due traslochi si trovano nella relazione allegata al bilancio 2005 di IDV: «si evidenzia il trasferimento della Sede Nazionale di rappresentanza politica del partito, sempre in Roma, da Via dei Prefetti, 17 a Via Principe Eugenio, 31, potenziando allo stesso tempo l’Ufficio Stampa Nazionale con l’assunzione di una nuova unità». «Quanto alla Sede di Milano in Via Casati 1/A - viene aggiunto - si riconferma la sua funzione di Sede legale amministrativa e di segreteria particolare del Presidente del Partito Antonio Di Pietro oltre che di organizzazione e rapporti con le realtà locali». Resterebbe qualche domandina. Intanto sulle straordinarie performances di una srl da 50 mila euro di capitale che riesce in soli due anni ad acquistare immobili di così grande valore. Quanto? Qualcosa ci dice il bilancio 2005 di Antocri che, alla voce “immobilizzazioni materiali” riporta la somma di 1 milione e 788 mila euro. La stessa voce per il 2004 era rappresentata da 619 mila euro. Si tratta di somme evidentemente inferiori al valore di mercato dei due prestigiosi immobili. E che sono, comunque, al netto del mutuo.

Sì. come tutti i saggi capifamiglia Antonio Di Pietro ha un mutuo sulle spalle. Anzi, due. Ecco qua (siamo sempre tra le pagine del bilancio 2005 Antocri): il primo, da 276 mila euro e spiccioli, riguarda l’immobile milanese ed è stato stipulato il 20 aprile 2004; il secondo, per la magione romana, è pari a 386 mila euro circa e risale al 7 giugno 2005. Fanno oltre 660 mila euro di mutuo, stipulato con la BNL, che scadranno fra il 2015 e il 2019. Con rate, supponiamo, non leggerine. Come le paga Antocri, che non svolge nessun’altra attività? Semplice. Con i canoni d’affitto dell’inquilino. Che è Italia dei Valori. Che riceve il finanziamento pubblico.

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martedì, 13 febbraio 2007
18:43

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TESTAMENTO BIOLOGICO/ BENVENUTI NEL TRAPIANTIFICIO ITALIA

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di Rita Pennarola

Mentre infuria il dibattito su temi come l’eutanasia ed avanzano le proposte di legge sul testamento biologico, la Voce alza il velo sulle holding di trapianti e donazioni, ma anche su un colosso come la Fondazione messa su dal numero uno della medicina italiana, quel professor Umberto Veronesi che riunisce sotto l’ombrello di una sigla miliardaria big dell’economia e dell’alta finanza.

14 ottobre 2006. Sui quotidiani italiani appare per la prima volta un’inserzione a pagamento su pagina intera contenente un fac-simile di testamento biologico con l’autorizzazione all’espianto degli organi. “Scegliere in modo consapevole come affrontare le incognite del futuro - si legge - è una forma di libertà”. A commissionare l’annuncio è la Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze. Bene in vista anche il numero telefonico di Milano per le informazioni. Lo stesso modulo è scaricabile dal sito della Fondazione, che propone anche l’acquisto di un volume dedicato proprio a testamento biologico e donazione degli organi, con prefazione dello stesso Umberto Veronesi ed introduzione del civilista napoletano Maurizio De Tilla, noto nella sua città per la rubrica sulle liti condominiali tenuta a lungo su un quotidiano locale.

Il nome dell’avvocato venne alla luce nel ‘92 fra le migliaia di iscritti alla Massoneria, Grande Oriente d’Italia, all’ombra del Vesuvio. Oggi De Tilla è coordinatore del comitato “Scienza e diritto” della Fondazione Veronesi, nonchè presidente nazionale della Cassa Forense. Quest’ultimo organismo ha recentemente «espresso parere favorevole alla redazione del testamento biologico in forma di scrittura privata raccolta - a titolo gratuito - dall’avvocato, dal medico o dal mandatario, anziché effettuata per atto di notaio». Veronesi spiega la ratio dell’iniziativa: «La maggior parte dei malati e una percentuale sempre più alta di popolazione sana è favorevole al principio dell’autodeterminazione ed è contraria all’accanimento terapeutico. Di fronte ad una medicina che estende sempre più le sue capacità tecniche, la gente sente il bisogno di riappropriarsi delle scelte che riguardano la propria esistenza. Del resto andiamo con grande naturalezza dal notaio quando, nel pieno della consapevolezza, vogliamo decidere come destinare i nostri beni. Perché non dovremmo poterlo fare anche per il futuro della nostra salute?». Ancora: «Ricordo a questo proposito l’intervento del Comitato Nazionale per la Bioetica del dicembre 2003, a favore delle “dichiarazioni anticipate di trattamento” e anche la posizione cattolica contenuta nell’Enciclica Evangelium Vitae del 1995, in cui non mancano affermazioni che attribuiscono al malato un’autonomia di decisione circa l’ostinazione terapeutica: “è lecito sospendere l’applicazione delle cure quando i risultati non rispondono all’aspettativa. In tale decisione bisogna tener conto del giusto desiderio del malato e dei suoi cari”. Rendere prioritario il rispetto della dignità dell’uomo in ogni fase della sua vita è il senso etico del Testamento Biologico».

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martedì, 09 gennaio 2007
10:26

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A PROPOSITO DI CORVI

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di Andrea Cinquegrani & Rita Pennarola

Torniamo su una vecchia polemica, ma questa volta lo facciamo volentieri. Anche perchè in questo modo daremo anche ai tanti che leggono la Voce nelle più diverse parti d’Italia un chiaro esempio di cosa significhi fare giornalismo d’inchiesta a Napoli. In breve, i fatti, cominciando dalle cronache degli ultimi giorni, quando sono apparsi sui muri del centro città manifesti contenenti gravi accuse di “tentata estorsione” al giornalista Fabrizio Geremicca, ex collaboratore della Voce (autore per noi, fra l’altro, di una coraggiosa inchiesta sul neofascista Roberto Fiore) ed attualmente al Corriere del Mezzogiorno.

L’imprenditore Lucio Varriale ha così “risposto” ad un articolo in cui Geremicca riportava le ultime battute di un presunto contenzioso sulle frequenze fra alcuni esponenti del movimento No Global e l’emittente di Varriale, Telelibera. L’avvocato Varriale ha forse dimenticato la lettera da lui firmata con la quale «come già precisato nelle opportune sedi giudiziarie (vale a dire dinanzi al pm Giuseppe Borrelli, ndr) ribadisce l’assoluta estraneità, sia a titolo di persone fisiche, che quali rappresentanti del periodico La Voce della Campania, a qualsiasi attività connessa, collegata o comunque anche indirettamente riferita nell’esposto-denuncia dallo stesso presentata».

Riproduciamo qui accanto la prima pagina della lettera, a scanso di ulteriori equivoci o memoria corta. La riproduciamo anche a beneficio del senatore Emidio Novi, che più volte nella sua carriera di parlamentare ha lanciato accuse al fine esclusivo di gettare discredito, come hanno dimostrato in seguito le inchieste della magistratura. Non parliamo solo dei tentativi di infangare la Voce, ma di analoghe manovre portate avanti ai danni di personaggi come il sindaco anticamorra di Marano Mauro Bertini e, in anni più lontani, di altri esponenti della sinistra confermatisi modello di rigore morale ed onestà. La loro storia, come la nostra, sta lì a dimostrarlo.

Nessuna «tentata estorsione di cui sono stato vittima», allora, avvocato Varriale. Nè mai vi fu da parte sua alcuna “preveggenza”, come dichiara in una lettera pubblicata dal periodico on line Iustitia («dovetti convincere il P.M. Giuseppe Borrelli che ero stato un “mago” a prevedere quanto sarebbe successo; la mia denuncia infatti aveva anticipato di diversi giorni la pubblicazione sulla Voce della Campania di un articolo, firmato da Geremicca, stupido, offensivo, pretestuoso, infondatissimo e pieno di falsità»). Quello di Geremicca non era infatti il primo articolo che la Voce dedicava alla sua Themis.

Per la cronaca, dopo oltre un anno dal risarcimento danni di Varriale alla Voce e a Geremicca, lo incontrammo a Telelibera, che nel frattempo aveva cominciato ad ospitare un settimanale d’informazione curato dai Verdi della Campania. Fu in quella occasione che l’avvocato Varriale ci chiese di collaborare all’emittente, proponendo in video il meglio della Voce.

Gli diamo atto che sono stati anni di una collaborazione corretta, senza alcuna interferenza dell’editore nella nostra attività giornalistica. Tutto il resto è solo frutto di “memoria corta”. Perciò questa “rinfrescata”, con tanto di documento, non potrà che giovare.

martedì, 09 gennaio 2007
10:21

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PASCIA' 2007 - LO SPRECO

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Di Rita Pennarola

Mentre l’Italia diventa un Paese sempre più “sudamericanizzato”, con una forbice abissale che separa oligarchie opulente da vecchi e nuovi poveri, andiamo a cercare alcune ragioni nascoste del disavanzo pubblico, di quelle stesse spese folli che si rinnovano ad ogni legislatura che cambia. E portiamo alla luce due categorie, una pubblica, l’altra privata, che non temono la “quarta settimana”.

La notizia, travolta nell’euforico sciocchezzaio dei festeggiamenti di fine anno, è passata completamente inosservata. Nella notte fra il 22 e 23 dicembre a Napoli, capitale mondiale dell’immondizia, uno dei rari camion della NU in circolazione ha caricato insieme al cumulo di rifiuti abbandonati in strada da settimane un extracomunitario di 57 anni. Dormiva. Forse era ubriaco. In un primo momento, pare che non si sia accorto di nulla. Il suo corpo è stato triturato dalle pale meccaniche del mezzo prima che qualcuno, uditi i gemiti, provvedesse ad arrestare quell’orrendo tritacarne umano che, la notte dell’antivigilia di Natale, stava riducendo a brandelli il corpo di un immigrato clandestino arrivato a Napoli per cercare fortuna. «Ivan Kovardakov di origine moscovita - si legge nell’unica, scarna agenzia del 30 dicembre - ha subito un delicato intervento chirurgico di ricostruzione dell'anca e del femore».

Così va il mondo e così continuano ad andare Napoli e questo Paese, in cui il divario fra oligarchie straricche e fasce di popolazione in avanzato scivolamento verso i limiti della sopravvivenza diventa ogni giorno più simile a una voragine, un buco nero che inghiotte - ora non solo metaforicamente - intere generazioni di esseri umani. Qualche dato. Secondo il rapporto annuale dell’Istat nel 2005 vivevano in condizioni di povertà oltre 7 milioni e mezzo di persone. Fanalino di coda, come sempre, il Sud: il 42,5% delle famiglie meridionali dichiara di non poter far fronte a una spesa imprevista di 600 euro, il 28,3% non ha avuto soldi per comprare vestiti; il 22,4% non ha potuto permettersi di riscaldare la casa in modo adeguato; il 21 ha avuto difficoltà a pagare le spese mediche. Il 7,4 per cento dichiara di non aver avuto i soldi per comprare il cibo.

A fronte di questo crescente esercito di precari dell’esistenza, mentre anche la Finanziaria 2007 sta facendo assaggiare i primi, consistenti rincari di tariffe e beni essenziali, andiamo a fare un po’ di conti in tasca a piccoli e grandi “nababbi” di casa nostra e soprattutto guardiamo a coloro che lo sono diventati (in senso relativo), potendo contare su retribuzioni elevate, fisse ed in continua escalation. Abbiamo preso a titolo di esempio due categorie tra le più fortunate, una nel settore pubblico, l’altra in quello privato: i magistrati e i funzionari ai massimi livelli di Telecom Italia, la holding recentemente finita nell’occhio del ciclone. E proprio avvicinandoci alla categoria del magistrati scopriamo subito nomi e numeri di un clamoroso spreco, tutto italiano, che si poteva e si doveva evitare.

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mercoledì, 03 gennaio 2007
18:56

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Camorra - Oltre ogni Napoli

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di Rita Pennarola

Le urla delle donne. Un dolore impossibile da sopportare. Lo schanto. Il lutto. Le scene non sono tratte da un servizio degli ultimi mesi su Beirut o su Damasco, ma dalle cronache quotidiane di Napoli. A proporle in tutta la loro cruda sequenza, con l’effetto choc della presa diretta, è il film di Ruben H. Oliva e Matteo Scanni ‘O Sistema, uscito in dvd per Rizzoli e presentato nel capoluogo partenopeo il 30 novembre scorso. Arrivati - come si dice a Napoli - “da fuori”, e privi perciò dei consueti condizionamenti locali che tagliano le gambe all’informazione onesta, Matteo e Ruben hanno setacciato per mesi documenti e immagini, archivi e memoria di coloro “che sanno”. Pochi mezzi economici, la telecamera in spalla, sono giunti in città nella primavera 2005, dopo avere terminato le riprese di un documento sulla “mala” in Emilia Romagna, sensibilizzati proprio dal tema “mafie formato esportazione”.

Alla Voce della Campania bussano nei primi giorni della loro lunga permanenza nel napoletano. Per la Voce è uno dei tanti momenti difficili. Lo raccontiamo a Matteo e Ruben: nel 1998 avevamo scelto come casa e redazione una piccola palazzina in campagna al confine tra Chiaiano e Marano, per via dei costi altissimi degli affitti nelle altre zone di Napoli. Dopo un anno, quando comincia a dare i primi risultati (con decine di operazioni antiracket ed arresti) il Telefono Anticamorra promosso dalla Voce in collaborazione con la Questura di Napoli, a casa nostra arrivano i primi avvertimenti. Le quattro ruote dell’auto più volte squarciate con un coltello dentro il cortile, decine di telefonate minacciose, infine i condotti della caldaia del gas tranciati di netto, col rischio di esplosione. Nei giorni in cui arrivano Ruben e Matteo la nostra auto, una 164 che ha quasi vent’anni, è stata fatta a pezzi.

Continua sul sito de La voce della Campania


giovedì, 12 gennaio 2006
11:44

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La Napoli di oggi di Giorgio Bocca

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L’unica cosa che vorrei chiedere a Massimo D’Alema è: ma a lei i soldi per comprare la barca, chi glieli ha dati?». A muso duro e ficcando una pugnalata dritta al cuore dei problemi, nel torrido luglio partenopeo del 2005 Giorgio Bocca anticipa in una battuta i contorni di quel coma profondo della sinistra italiana che sarebbe scoppiato sei mesi dopo. Già: chi glieli aveva dati i soldi a D’Alema? La Ducato, finanziaria della Popolare di Lodi. Un “onesto” leasing che però quando viene fuori sui titoli a scatola dei giornali, a fine dicembre dopo l’arresto di Fiorani, porta alla luce quel colossale inciucio destra-sinistra da cui nasce l’abisso dell’attuale classe politica italiana.

L’arrivo di Bocca a Napoli aveva scosso Palazzi avvezzi a turbolenze di tutt’altra natura. Perché il grande scrittore piemontese oggi “è” la questione morale del Paese. Quella che si credeva seppellita in nome della governabilità e che invece torna improvvisamente a guardarti in faccia, quando meno te l’aspetti. «Un libro di Bocca “pesa” – era la frase che circolava nello stretto entourage di Antonio Bassolino a Santa Lucia – bisogna fare attenzione…».

Lunedì 18 luglio il calore che emana dal suolo partenopeo rende la città simile a quel “sole-acqua” che apre Napoli siamo noi, la metafora di un popolo (e di un Paese) divorato dalle metastasi del liberismo selvaggio innestato su rinnovate guapparie. Lo staff del governatore ha fissato l’appuntamento per l’intervista alle 15 e 30. Il taxi arriva puntuale, ma nel giorno “sbagliato”. Quella mattina sulla stampa locale Fabio Mussi attacca la «politica dei capibastone» adottata dai Ds campani. E nell’aria rimbombano le polemiche per la moltiplicazione di incarichi milionari e commissioni alla Regione. Poco dopo scoppieranno le intercettazioni lottizzatorie sulla sanità fra un manager dei camici bianchi e il plenipotenziario del governatore, Pino Petrella.

Rita Pennarola