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NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI
NON SOLO GARLASCO - PERITI SATANICI
Ottobre 2007
di Rita Pennarola
Dopo un’estate costellata dagli ennesimi gialli senza soluzione, a cominciare dall’omicidio di Garlasco, portiamo alla luce una tormentata vicenda giudiziaria emblematica di un sistema giustizia in cui, troppo spesso, a definire le sentenze sono discusse e controverse perizie. Ma da questa storia emergono anche ipotesi sconcertanti di “fuoco amico”, in una girandola di stranezze che vedono al centro la Procura di Milano.
Magari scoprire la verità fosse così facile come dimostrare il falso! Lo sapeva bene Marco Tullio Cicerone (autore di questa massima), ma lo imparano ancora oggi, sulla propria pelle, i protagonisti dei casi giudiziari rimasti senza giustizia, o appesi a verità processuali tormentate, lontane anni luce dai fatti e comunque costellate di buchi neri nelle ricostruzioni. Al centro di tutto, loro, i periti nominati dalla magistratura inquirente, nei cui sofisticati laboratori le scene del crimine rivivono mille volte come fiction impazzite, mentre la magistratura affida alla scienza (dagli esami del Dna alle analisi balistiche) l’impossibile mission di offrire certezze assolute.
Una dolorosa vicenda di questi ultimi mesi riporta in primo piano le figure di due big delle perizie balistiche, Pietro Benedetti e Paolo Romanini. Entrambi erano balzati alla ribalta mediatica per la funambolica ricostruzione dello scontro fra sasso e proiettile che, di fatto, provocò l’archiviazione delle indagini sull’assassinio di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, a luglio 2001. Benedetti è stato inoltre superconsulente balistico del pm nel mistero - mai risolto - sull’identità degli assassini (e soprattutto dei mandanti) nel caso Ilaria Alpi.
A tirare nuovamente in ballo Romanini e Benedetti è un detenuto condannato all’ergastolo con sentenza definitiva, che proprio alle perizie firmate dai due esperti di grido aveva vanamente affidato le residue speranze di revisione del processo per ristabilire quella che, a suo dire, è ed è sempre stata la verità. Si chiama Sebastiano Mazzeo, ha 50 anni ed un peso corporeo assottigliato di giorno in giorno dal lungo e silenzioso sciopero della fame cominciato a giugno per protestare contro quella che definisce una “congiura architettata per coprire i veri responsabili dell’omicidio”, e che oggi lo vede recluso a vita nel carcere di Opera, vicino Milano. Mentre scriviamo il suo peso è arrivato a 45 chili «ma - fa sapere attraverso i suoi legali - le bevande zuccherate che assumo mi garantiscono piena efficienza al cervello e forza per continuare ancora a lottare». Una vita infelice, la sua, con soli cinque anni di libertà su trenta di reclusione per reati contro il patrimonio. Per fame, come dice lui. E una scuola frequentata sempre dietro le sbarre fino alle soglie della maturità superiore.
Quello che oggi Sebastiano denuncia con esposti dettagliati giunti fino al Consiglio superiore della magistratura è uno scenario di presunte guerre interne alla Procura e alla Questura di Milano. Una ricostruzione che evoca storie vecchie di veleni e potrebbe forse, in futuro, richiedere assunzioni di responsabilità da parte di grossi personaggi. Di certo, in questa storia che riporta alla luce frange della militanza armata di sinistra, vip dell’apparato investigativo e, in qualche modo, lo stesso milieu in cui maturarono le inchieste di Mani pulite, tanti tasselli del mosaico accusatorio non trovano ancora oggi la giusta collocazione.
I FATTI DI VIA IMBONATI
Milano, via Imbonati. La mattina del 14 maggio 1999 nel corso della tentata rapina ad un furgone portavalori scoppia un conflitto a fuoco fra rapinatori e forze dell’ordine. Viene gravemente ferito alla testa l’agente di polizia Vincenzo Raiola, originario di Torre Annunziata, in servizio su una delle volanti intervenute sul posto. Ricoverato all’ospedale Niguarda, il giovane viene sottoposto ad una tac per localizzare il proiettile nel cranio e poi ad un delicato intervento chirurgico. Morirà poche ore dopo. Scattano frenetiche indagini coordinate dalla Procura di Milano - retta all’epoca da Francesco Saverio Borrelli - e dai vertici della Questura (ministro dell’Interno era l’attuale sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, premier Massimo D’Alema). Si cercano i membri del commando che ha dato l’assalto al furgone della Sefi ma le ricerche non portano, almeno all’inizio, ad alcun risultato. Il 25 luglio, oltre due mesi dopo, per quell’omicidio vengono arrestati nel corso di un blitz, fra gli altri, Sebastiano Mazzeo e Francesco Gorla, all’epoca 38 anni, un passato nelle falangi armate di Prima Linea ed un presente, secondo le cronache dell’epoca, fatto di sanguinarie rapine. Con Gorla viene tratta in arresto per favoreggiamento la sua compagna Rita Anna Sanvittore, assessore all’ambiente del comune di Cusano Milanino. La pista investigativa, insomma, è orientata sulla “conversione” del gruppo dai reati di stampo terroristico alla criminalità comune.
Ad incastrare Gorla e Mazzeo - spiegano gli inquirenti - è la conversazione fra due pregiudicati, da tempo sottoposti dalla questura milanese ad intercettazioni ambientali e telefoniche. Dopo aver appreso dai mezzi d’informazione della rapina di via Imbonati, i due avanzano fra loro ipotesi sui possibili artefici: tal «Francesco», o «Sebastiano», «Fabio», «Nicola»... . Quello scambio di battute resterà il cardine intorno al quale ruoterà, in tre gradi di giudizio, l’accusa che oggi vede Gorla e Mazzeo condannati al carcere a vita per l’omicidio Raiola.
Ed è da qui in poi che, nel lungo e complesso iter processuale, cominciano le stranezze. Tante. «Non volevo crederci prima di assumere questo caso - dice ad esempio l’avvocato Sauro Poli di Firenze, che ha recentemente assunto la difesa di Gorla - poi me ne sono reso conto. Per fare un solo esempio: quanto sarebbe stato importante avere a disposizione la Volante su cui viaggiavano Raiola e gli altri due poliziotti per le rilevazioni balistiche? Eppure si scoprì che poco tempo dopo i fatti l’auto era stata rottamata e tutte le perizie sono state eseguite quindi solo basandosi su foto».
TUTTO IN UNA TAC
I due pregiudicati Francesco Gorla - che in quel periodo frequenta con Rita Anna locali new age del centro di Milano - e Sebastiano Mazzeo, in quegli anni titolare di una lavanderia insieme alla sua compagna, fin dal momento dell’arresto si proclamano innocenti ed affermano di non aver mai preso parte a quella rapina di via Imbonati. Sebastiano, in particolare, non si dà pace: attraverso il suo avvocato Gianclemente Benenti, nel corso del processo chiede più volte al pubblico ministero Lucilla Tontodonati, titolare dell’accusa, che venga acquisita la tac preoperatoria cui era stato sottoposto Raiola. Perchè nel frattempo di stranezze ne è maturata un’altra, ancor più clamorosa: del proiettile estratto dal cranio dell’agente ferito a morte non si riesce a trovare traccia, benchè nella relazione post operatoria del Niguarda si leggesse che era stato rimosso e consegnato, come di prassi, agli agenti della questura milanese.
Il proiettile salta fuori a dibattimento chiuso nel giudizio di primo grado: viene esibito dal pm Tontodonati il 2 luglio 2002, a tre anni dai fatti: risulterà essere un’ogiva di kalashnikov, l’arma usata dai rapinatori in via Imbonati. Lo stesso giorno la Corte d’Assise presieduta da Luigi Martino emette la sentenza di condanna.
La comparsa sulla scena del proiettile riaccende però le richieste pressanti avanzate dalle difese (per la compagna di Gorla era sceso in campo Giuliano Pisapia) perchè fosse acquisita la Tac preoperatoria di Raiola. La richiesta risulta disattesa anche nel giudizio di secondo grado, che si celebra dinanzi alla terza corte d’Assise appello. Stavolta però ad ottenere copia dell’importante indagine diagnostica è la difesa di Mazzeo. L’avvocato Benenti affida a due esperti di chiara fama - prima l’anatomopatologo Carlo Montaperto dell’ospedale San Carlo Borromeo di Milano, poi il neuroradiologo Luca Vavassori del Niguarda - il compito di valutare la compatibilità fra il proiettile che la Tac mostra conficcato nel cranio dell’agente di polizia e quello esibito in aula. Senza appello il risultato. Montaperto scrive: «il confronto fra le misure porta alla conclusione che i due oggetti sono dimensionalmente incompatibili (...). Si tratta quindi di due oggetti diversi».
Tutto questo non impedisce alla Corte d’Assise appello di pronunciare la seconda condanna all’ergastolo per Gorla e Mazzeo, che sarà poi confermata in Cassazione (presidente di sezione il giudice Mario Sossi) il 25 maggio del 2004. «Quando abbiamo prodotto dinanzi alla suprema corte i risultati della perizia Montaperto - ricorda l’avvocato Benenti - era ormai impossibile scendere nuovamente nel merito dei fatti e verificare quella che doveva essere l’unica, autentica prova di tutto il processo: il confronto fra il proiettile portato in aula e la Tac dell’agente Raiola». Perchè a risultare sul piano morfologico e dimensionale compatibile al millimetro con la Tac non era quell’ogiva di kalashnikov. Ma un qualsiasi proiettile parabellum in dotazione a pistole e mitragliette M12 delle forze di polizia.
Il povero Vincenzo Raiola - questo il sospetto che avanza Mazzeo nella pioggia di atti giudiziari tesi alla revisione del processo - sarebbe allora stato trafitto per sbaglio da “fuoco amico”, dal colpo sparato in direzione dei banditi da uno dei poliziotti intervenuti sul posto. Così - sempre stando a questa ipotesi, fatta propria anche da Gorla - si spiegherebbero le tante falle nella ricostruzione dei fatti, dalla scomparsa per tre anni del “corpo del reato”, il proiettile, alla precipitosa rottamazione dell’auto, fino alle palesi contraddizioni emerse fra le due consulenze balistiche. La prima era stata affidata dal pm Tontodonati a Pietro Benedetti nel novembre 2004 proprio per comparare la compatibilità fra la tac e il proiettile esibito in aula. Le conclusioni di Benedetti portarono il pm a parlare di «assoluta infondatezza di quanto teorizzato nell’atto di denuncia di Mazzeo Sebastiano». La pietra tombale è però firmata da Paolo Romanini, cui il pubblico ministero dovette affidare una nuova perizia di confronto, dopo che era emersa l’assenza del previsto contraddittorio con i consulenti di parte e con gli avvocati durante la prima perizia. Pur smentendo in parte il metodo adottato dal collega, anche Romanini lascia sostanzialmente spazio ad interpretazioni dubbie circa la misura del proiettile.
E’ stato il gip Paolo Ielo, ex pm di Mani pulite, a disporre sugli esposti di Mazzeo l’ultima archiviazione in ordine di tempo.
QUESTIONE DI METRI
Periti balistici di fama internazionale, tanto Benedetti quanto Romanini sembrano non aver tenuto conto di un particolare tutt’altro che trascurabile. «Un proiettile di kalashnikov - spiega alla Voce l’avvocato Poli - risulta micidiale nel raggio di ben 500 metri. In questo caso, invece, la distanza fra la Volante e l’auto dei rapinatori era assai ridotta. Lo sappiamo con certezza perchè esiste agli atti il rapporto di servizio reso nell’immediatezza dei fatti da Mauro Ceffalia, il poliziotto che, con l’autista Denis Sartor e con Raiola, componeva la pattuglia accorsa sul posto».
Ceffalia dichiara che la distanza fra l’auto della polizia e l’Audi station wagon dei banditi era di circa 10 metri. Aggiunge che nel conflitto a fuoco rimase colpito ad un piede, quindi continuò a sparare in direzione dei malviventi dall’interno dell’auto in posizione leggermente distesa ed utilizzando la mitraglietta M12 in dotazione. Quella, appunto, caricata con proiettili di tipo parabellum. Ceffalia non sarà mai chiamato a testimoniare in aula durante l’intero processo. Nell’unica udienza in cui viene fatto il suo nome, il pm ne ricorda il trasferimento a Roma, aggiungendo che l’agente risulta ancora provato da quella vicenda.
FUOCHI AMICI
Cosa accadde realmente in questura, a Milano, quando fu esaminato il proiettile estratto dal cranio di Raiola? Gorla e Mazzeo attribuiscono la sparizione di quel decisivo reperto alla preoccupazione di scongiurare ad ogni costo il fiume di polemiche e provvedimenti che sarebbero scaturiti dalle rivelazioni sul “fuoco amico”: un colpo di un collega che per sbaglio avrebbe ferito mortalmente il giovane agente della Polstato. In seguito il proiettile originale sarebbe stato sostituito con l’ogiva di kalashnikov esibita tre anni dopo al processo. «Si tratta - osserva subito Gianclemente Benenti - di supposizioni che noi avvocati non possiamo avvalorare nè confermare. Restano però le irregolarità procedurali e le clamorose incongruenze, a cominciare proprio dalle perizie».
E restano i mille, inquietanti interrogativi che, al di là di questa specifica vicenda, investono una certa parte del sistema investigativo e giudiziario nel nostro Paese, appiattito su pentiti & periti, anche in presenza di elementi palesemente in contrasto fra loro. Resta l’ormai incontenibile rabbia che ci coglie ogni volta che sentiamo parlare di “fuoco amico”, quasi sempre con relativi depistaggi: dal barbaro assassinio di Nicola Calipari dopo la liberazione di Giuliana Sgrena (che ha ricostruito l’agghiacciante sequenza in un libro intitolato proprio “Fuoco amico”), alla tragica sorte di alcuni fra i militari italiani caduti a Nassirija come il caporal maggiore Emanuele Ferraro, ucciso - secondo le rivelazioni di Rai news 24 - dal “fuoco amico” di un deposito italiano di munizioni esploso subito dopo l’autobomba.
DA VIA IMBONATI A SOFFIANTINI
Ma, soprattutto, esaminando l’iter giudiziario per i fatti di via Imbonati così come viene ricostruito dalle difese, torna alla mente quanto è accaduto per l’omicidio dell’ispettore dei Nocs Samuele Donatoni avvenuto il 17 ottobre 1997 nell’ambito di un conflitto a fuoco con i rapitori dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Ci sono voluti otto anni per accertare che Donatoni, contrariamento a quanto affermato dalla prima perizia, è stato colpito dal fuoco amico. Lo ha stabilito nel 2005 il nuovo collegio di periti (Gerardo Capanesi, Antonio D’Arienzo e Stefano Moriani) nominati dal collegio presieduto da Mario Almerighi nell’ambito del processo a Giovanni Farina, già condannato a 28 anni e sei mesi di carcere per il sequestro, e poi a giudizio per concorso nell’omicidio dell’ispettore. Smentita dunque la precedente versione balistica secondo la quale l’ispettore dei Nocs sarebbe stato ucciso da un colpo di kalashnikov sparato da Mario Moro, uno dei rapitori di Soffiantini. «Nessun commento - si legge su Repubblica del 22 giugno 2005 - da parte dei pubblico ministero Franco Ionta, il quale si è riservato di leggere la perizia e di rivolgere domande ai tre esperti nel corso della prossima udienza».
Nel 2006 la quarta Corte d’Assise d’Appello ha inviato gli atti processuali alla procura della repubblica di Roma perché valuti se aprire un’inchiesta «sui depistaggi, sulle gravi omissioni, sugli inquinamenti probatori e sulle false dichiarazioni testimoniali rese nell’ambito del processo per l’omicidio dell’agente dei Nocs». «L’ufficio requirente - sottolinea il giudice - dovrà certamente occuparsi anche delle gravi violazioni di legge poste in essere da Paola Montagna con la assai verosimile copertura del suo superiore gerarchico Alfonso D’Alfonso (entrambi sono esponenti dei nocs, ndr), che le consentirono di far sparire senza possibilità di alcun controllo processuale reperti importantissimi ai fini della ricostruzione dei fatti». A chi era stata affidata la prima perizia, quella che aveva “inchiodato” i banditi? Il pubblico ministero Ielo aveva ordinato rilievi di natura balistica a Pietro Benedetti (altro nome che torna). Ma c’è di più. Benedetti insieme al collega Carlo Torre aveva testimoniato davanti alla corte di assise di Roma che ad uccidere l’ispettore dei Nocs era stato un proiettile sparato da uno dei componenti della banda. «Nel corso delle indagini i due esperti - scrive l’Ansa - Carlo Torre e Pietro Benedetti, furono incaricati dal pm Franco Ionta di fugare le illazioni fatte da più parti circa la possibilità che Donatoni potesse essere stato colpito dal “fuoco amico’’, cioè da un proiettile sparato accidentalmente da un poliziotto. I due consulenti, esaminato il cadavere ed i reperti, accertarono, e oggi lo hanno ribadito in aula, che ad uccidere l’ispettore dei Nocs a Riofreddo la sera del 17 ottobre 1997 fu un proiettile calibro 7 e 62 sparato da un kalashnikov (arma non in dotazione alle forze dell’ ordine) abbandonato sul luogo della sparatoria dai banditi». Ma guarda un po’.
BENEDETTI PERITI
Pietro Benedetti, perito industriale, l’esperto che ha eseguito la prima perizia sul proiettile prodotto in aula durante il processo per i fatti di via Imbonati, a Milano, è STATO capo del balipedio del Banco nazionale di prova (L’ente nazionale di certificazione delle armi) di Gardone Val Trompia. Una carriera, la sua, costellata di consulenze su casi eccellenti, al punto che nel ricordarla si ripercorrono in ordine cronologico interi pezzi di storia italiana. Pillola Rossa, il gruppo di lavoro che ha minuziosamente ricostruito fatti e protagonisti degli scontri al G8 di Genova culminati nell’assassinio di Carlo Giuliani, propone tappa dopo tappa il curriculum del perito Benedetti. Nel 1981 partecipa all’istruttoria sulla colonna romana delle Brigate Rosse, nell’84 alle indagini sull’omicidio Pecorelli e sulla banda della Magliana. Nell’88 si occupa degli omicidi Tarantelli, Ruffilli e Conti. Arrivano gli anni novanta e troviamo Benedetti fra i consulenti per casi come quelli del “mostro” Pacciani, poi ancora Uno bianca (per i tre carabinieri massacrati al Pilastro), quindi Sismi (colonnello Federico Mannucci Benincasa), ancora Pecorelli-Magliana nel ’96 e, nel 1999, il caso Ilaria Alpi, quando insieme a Carlo Torre riceve l’incarico di accertare il calibro del proiettile che si era conficcato nel collo della giornalista. Fino al 2000, con l’omicidio di Samuele Donatoni durante un’operazione organizzata per liberare Giuseppe Soffiantini (vedi pagina 10) e al 2001, quando il pm di Genova Silvio Franz chiama Pietro Benedetti, lo specialista d’immagini Nello Balossino e Paolo Romanini a stabilire l’esatta dinamica dei fatti costati la vita a Carlo Giuliani.
Classe 1954, nato e residente a Parma (quartier generale del Ris dei Carabinieri, con cui ha più volte collaborato), Paolo Romanini prima di assumere l’incarico dal pubblico ministero genovese Franz si era già espresso sulla rivista di “cultura armiera” che dirige, Tac Armi, sui fatti di piazza Alimonda, scagionando sostanzialmente in poche battute i militari, costretti a difendersi dall’ “assalto” dei manifestanti. Un particolare che venne fuori solo dopo la perizia nella quale Romanini, Benedetti e Balossino sentenziarono che il proiettile sparato verso l’alto dal carabiniere Mario Placanica era stato deviato da un calcinaccio fin dentro la testa di Carlo.
Oggi Romanini, che continua ad effettuare consulenze per numerose Procure nei casi più delicati, si dedica contemporaneamente a due società. La prima è Editrice Leone, sede a Milano nella centralissima piazza San Babila, che pubblica fra l’altro Tac Armi e che lo vede impegnato in veste di consigliere. Il pacchetto della società (50 mila euro) è nelle mani del manager di simpatie Lega Nord Carlo Rinaldini, sia a titolo personale, sia attraverso la sua corazzata Iprei (Italiana Programmi e Investimenti) da oltre 7 milioni di euro in dote, rilevata da Salvatore Ligresti. In tempi recenti Rinaldini è passato alle cronache per le turbolente vicende societarie della Richard Ginori, che aveva rilevato, e soprattutto come commissario straordinario di Volare, la compagnia aerea finita in crac.
Quanto a Romanini, dal 2004 è socio accomandante nella SSB di Fontanellato (Parma), dedita a «sperimentazioni balistiche, valutazioni balistiche interne, esterne e terminali, riprese ultrarapide, misurazioni in generale e comparazioni miscoscopiche, noleggio delle attrezzature utilizzate a terzi». Insieme a lui, nella società, il trentacinquenne Domenico Romanini e la bresciana Zemira Gagliandi, 49 anni, socio accomandatario.
DALLE ALPI A NOMISMA
Dalla Procura di Milano al vertice dell’ufficio indagini di Federcalcio, con uno sguardo alle sorti della corazzata che gestisce sciovie, funivie e ristoranti nell’amata Courmayeur. Ecco passioni ed interessi, oggi, del “pensionato” Francesco Saverio Borrelli.
Le indagini per i fatti di via Imbonati prendono il via in un momento particolarmente delicato per la Procura di Milano: in quel periodo, infatti, lo storico capo del pool di Mani Pulite Francesco Saverio Borrelli è alla vigilia del trasferimento al vertice della Corte d’Appello. Intanto alla Questura, mobilitata per trovare una spiegazione alla morte del suo giovane agente scelto Vincenzo Raiola ferito a morte durante la rapina, comincia a farsi notare per l’attivismo investigativo il vicequestore aggiunto Maria Josè Falcicchia, poco più di trent’anni, origini pugliesi.
Il tandem di inquirenti composto dal leggendario artefice del “resistere, resistere, resistere” e dalla brillante poliziotta si ricostituirà parecchi anni dopo, a maggio 2006, quando Borrelli sarà chiamato da Guido Rossi a guidare il pool investigativo della Federcalcio e sceglierà come suo braccio destro proprio il vicequestore Falcicchia. A settembre dello stesso anno arrivano le dimissioni-lampo di Borrelli e del suo team, poi rientrate per il capo ma non per Falcicchia, tornata in servizio alla Questura del capoluogo lombardo.
Oltre che di indagini all’interno di Federcalcio, il “pensionato” Francesco Saverio Borrelli si occupa - probabilmente - anche delle sorti di una importante società con sede in Valle d’Aosta. L’ex procuratore capo di Milano detiene infatti una quota del pacchetto azionario di Courmayeur Mont Blanc Funivie, spa da 7 milioni e ottocentomila euro nel capitale sociale che gestisce le principali sciovie e funivie dell’importante località turistica, compresi hotel, bar e ristoranti della zona. Amministrata dal quarantasettenne Nicolino Perretta residente ad Annecy, in Francia, la società vede come azionisti di maggioranza l’immobiliare Api Real Estate e la finanziaria Finref. Quest’ultima è in prima fila fra gli azionisti di Nomisma, la creatura economica di Romano Prodi.
Più articolata l’epopea di Api Real Estate, immobiliare da 750 mila euro in dote che rientra nella galassia API, vale a dire uno fra i più potenti gruppi petroliferi privati in Europa. AD della Api Real Estate è il rampollo di famiglia Ugo Maria Brachetti Peretti, nelle vene sangue di antica nobiltà fuso alla mai sopita vocazione per il business. Per anni scapolo d’oro dello star system internazionale, Ugo Maria è convolato a nozze nel 2005 con la leggiadra Isabella Borromeo, sorella di quella Lavinia Borromeo andata sposa, quasi contemporaneamente, con l’erede della famiglia Agnelli John Elkann.
Una favola che sta facendo sognare sulle pagine dei rotocalchi rosa intere generazioni di fanciulle in fiore. A guastare l’armonia irrompe però di tanto in tanto la vibrata protesta dei comitati civici per l’ambiente di Falconara Marittima, nelle Marche, quartier generale delle raffinerie API.
I disastri più recenti risalgono a fine luglio. «Con l’ennesimo spiaggiamento di idrocarburi versato in mare da una condotta dell’API - si legge in un duro comunicato dei comitati cittadini capitanati da Loris Calcina - abbiamo assistito ad altre scene da anni ’60: bambini e bagnanti uscire dall’acqua imbrattati di idrocarburi e "trattati" con benzina prima della doccia. Se rispetto a 47 anni fa la tecnologia ed i sistemi operativi e gestionali della sicurezza hanno fatto passi da gigante, le autorità e gli Enti locali dovrebbero chiedersi se per la raffineria API occorreranno altri 47 anni per raggiungere standard di sicurezza adeguati. Intanto, però, tutti devono dichiarare fallita la politica di credito concessa all’API».


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